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Prato Giardino, il parco di Viterbo

24/03/2017

Il parco di Viterbo per eccellenza? Senza dubbio, Prato Giardino, proprio davanti a Porta Fiorentina. Se infatti un parco dev’essere, all’interno della città, un altrove in cui tuttavia la città stessa possa rispecchiarsi, incontrarsi, articolarsi, vivere, allora Prato Giardino è il parco di Viterbo. Non certo quei fazzoletti di verde concessi come una carità dai piani urbanistici, mentre le periferie si costituiscono in solidi aggregati cementizi. Prato Giardino ha una storia antica, una storia tutta sua, nel corso della quale è venuto progressivamente identificandosi come parco cittadino, assumendone cioè a poco a poco le caratteristiche, in ragione degli usi e delle sue stesse vicende, finché la città non ha potuto far altro che riconoscerlo per quel che era già divenuto: vale a dire, il parco di Viterbo.

Dicevamo che la sua storia è antica, risale al 1300, quando il prato in cui ancora semplicemente consisteva si cominciò a chiamarlo “Giardino”: da qui, Prato Giardino, appunto. Lo si usava per tante cose: per adunate, riviste ed esercitazioni militari (la Rocca Albornoz è proprio lì vicino), per le stime e la divisione del bestiame, per la caccia alle allodole e, pensiamo noi, anche per farci l’amore. Non per niente, verso il 1860, il Vicario vescovile ne sollecitava, con vibrante sdegno, la recinzione: “onde evitare le immoralità, che vi si commettevano di notte tempo”. Con buona pace del Vicario, le “immoralità” vi si continuarono a commettere anche dopo la recinzione: non pochi amori sono nati a Prato Giardino e, francamente, non è mai caduto il cielo per questo.

Quando l’11 giugno del 1965 Viterbo fu colpita da una forte scossa di terremoto, molti viterbesi si accamparono proprio nel loro parco cittadino, a dimostrazione di quanto questo altrove fosse la città e non semplicemente nella città. Aggiungiamo che, verso la fine degli anni ’90, alle sue stradine sono stati dati per nome i titoli delle canzoni di Battisti. In verità, non sappiamo bene che pensare di questa iniziativa, forse troppo ostentatamente suggestiva. Resta il fatto che oggi Prato Giardino continua a essere un posto perfetto per passeggiare, leggere, rilassarsi, giocare, marinare la scuola e baciarsi.

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Da Londra a Viterbo: Mantegna

10/03/2017

Tu mi dai la Madonna col Bambino tra i santi Giovanni Battista e Maria Maddalena di Andrea Mantegna, e io ti do La Pietà di Sebastiano Del Piombo. Stringi stringi, è così che è andata tra Viterbo e Londra, tra il nostro Museo Civico e la loro National Gallery. Il frutto di questo scambio è arrivato proprio oggi nella Città dei Papi, dove il quadro di Mantegna è stato accolto con tutti gli onori dal Sindaco e dall’Assessore alla Cultura, e dove sarà esposto fino al prossimo 25 giugno, quando dovrà far ritorno a Londra: pacta sunt servanda.

Vogliamo segnalarvelo perché si tratta di una splendida occasione per ammirare un capolavoro di Mantegna uscito dall’Italia nel 1855, allorché fu acquistato dal museo londinese. Si tratta di un dipinto a tempera su tela (139,1x116,8 cm), databile intorno al 1500. Si tratta, dunque, di un’opera tarda del pittore veneto che morì nel 1506.

Ulisse degli Aleotti, che conobbe personalmente Mantegna cui dedicò anche un sonetto, di lui disse che “scolpì in pittura”. Tale folgorante paradosso si attaglia perfettamente a questa Madonna col Bambino, se solo si considera la plastica consistenza delle pieghe delle vesti dei suoi personaggi. Ma a catturare lo spettatore è soprattutto l’atmosfera sospesa, incantata, che pervade l’ambiente del dipinto, con quegli alberi di limone sullo sfondo, tanto incantevoli quanto stranianti. Qualcosa in bilico tra dolcezza e attesa escatologica, tra gioia e allucinazione profetica tiene l’immagine in intima tensione, facendone crepitare i colori accesi, in verità piuttosto insoliti per Mantegna.

Tutto ciò, in breve, significa una cosa molto semplice: per chi si trova a Viterbo in questo periodo c’è la possibilità di vivere una sublime esperienza estetica. Non fatevela scappare, cioè scappare a Londra, nuovamente.

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8 Marzo e Saffo

03/03/2017

Inutile dilungarsi troppo sull'8 Marzo; ma sulla donna, anzi sulle donne (perché sono tutte diverse e non sono una categoria), hai voglia se si potrebbe fare, e sarebbe bene farlo tutti i giorni dell'anno. Ognuna meriterebbe un discorso a sé. Sterminate biblioteche scritte da uomini parlano solo di donne. Se queste non hanno scritto altrettanto è forse perché tutti gli uomini sono in fondo uno e allora non c'è molto da dire. Quindi, per augurare a tutte le donne un buon 8 Marzo, ci limiteremo a dedicarvi i versi della prima grande poetessa occidentale, Saffo, la quale non per niente scrive ad altre donne, di altre donne:

Simile a un Dio mi sembra quell’uomo
che siede davanti a te, e da vicino
ti ascolta mentre tu parli
con dolcezza
e con incanto sorridi. E questo
fa sobbalzare il mio cuore nel petto.
Se appena ti vedo,
subito non posso più parlare:
la lingua si spezza: un fuoco
leggero sotto la pelle mi corre:
nulla vedo con gli occhi
e le orecchie mi rombano:
un sudore freddo mi pervade: un tremore
tutta mi scuote: sono più verde
dell’erba; e poco lontana mi sento
dall’essere morta.
Ma tutto si può sopportare… 

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Il folle carnevale di Ronciglione

23/02/2017

Se nel viterbese c’è un posto dove si festeggia davvero carnevale, dove cioè il buon senso (che non di rado è solo conformismo e abitudine mentale) viene sovvertito in scellerata e contagiosa allegria, ebbene quello è Ronciglione. Oggi è giovedì grasso e andare a Ronciglione significa precipitarsi in una festa colorata e sgargiante, che rientra chiaramente in una tipologia burlesca e barocca di carnevale, con tutto il suo apparato di carri, sbandieratori, dame, cavalieri e maschere. Le due più tipiche sono Nasorosso (una variante di Pulcinella) e gli Ussari, soldati ungheresi del XV sec. dalla divisa orientaleggiante.

A parte che quello di Ronciglione è annoverato tra i carnevali più belli d’Italia, si tratta soprattutto della profonda partecipazione di tutto il paese alla festa a farne uno spettacolo davvero riuscito e memorabile. Bisogna semplicemente riconoscere che certe cose funzionano meglio in un posto che non in altri. Con ogni evidenza, nel carnevale ronciglionese si è impresso in modo singolarmente profondo e originale il genius loci di questa cittadina che, per il resto dell’anno, vive placida la propria esistenza di provincia e che solo in questi giorni dell’anno si accende a tal punto di follia, di provocazione, di libertà e di sensualità.

Dateci retta, conviene sul serio assistere a questo forsennato falò di esistenze in maschera. Conviene stasera, oppure sabato prossimo, per il gran finale.

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San Valentino: una storia di eros e thanatos

10/02/2017

San Valentino! Chi era costui? Certo più popolare di Carneade (cui si riferiva la battuta manzoniana da noi qui presa in prestito), ma forse non per questo più conosciuto dell’oscuro filosofo, certamente San Valentino merita un’identità diversa dalla festa cui pure dà il nome. Intanto, è curioso notare che la sua, dopotutto, può considerarsi una storia piuttosto sanguinosa, in cui l’amore si trova per lo più collegato alla morte. Ma come potrebbe essere altrimenti quando si parla di amore eterno?

Nato intorno al 176 d.C. a Interamna, l’odierna Terni, Valentino nel 197 si convertì al cristianesimo e divenne vescovo della sua città natale. Fin qui tutto bene: una carriera fulminante, si direbbe. Ma nel 270 fu chiamato a Roma per predicare, ed è a questo punto che cominciarono i suoi problemi. Bisogna valutare, infatti, che il cristianesimo era ancora una religio illicita e che gli imperatori non ci andavano tanto leggeri con i cristiani.

Una prima volta fu graziato e affidato a un nobile romano, alla cui figlia cieca pare abbia restituito la vista. La seconda volta, però, non gli andò altrettanto bene: fu prima flagellato e poi decapitato, il 14 febbraio del 273. Eseguì la condanna un centurione dal curioso nome ossimorico, Furius Placidus, su ordine dell’imperatore Aureliano.

Prima di andare incontro serenamente al suo destino di martire, sembra che abbia scritto un toccante messaggio d’addio alla ragazza cui aveva restituito la vista, messaggio che terminava con un romantico “dal tuo Valentino”: in pratica, il prototipo d’un ogni biglietto di San Valentino. Non scandalizzatevi per questo tenero rapporto tra una santo e una giovane romana: il celibato per gli uomini di Chiesa non era ancora una pratica diffusa né, tanto meno, obbligatoria.

Altro episodio che concorse a farne il patrono degli innamorati fu il matrimonio da lui celebrato tra la giovane cristiana Serapia e il centurione romano Sabino. I genitori di lei non ne volevano proprio sapere di concederla a un pagano, ma Valentino li convinse, in nome dell’amore e della tolleranza, a superare i loro pregiudizi e a consentire che i due coronassero il proprio sogno romantico. Tutto risolto, dunque? Macché. Fu allora, infatti, che Serapia si ammalò gravemente. Sabino, quindi, al capezzale della giovane moribonda, implorò Valentino di non essere mai più separato dalla sua metà. Il santo lo esaudì: dopo averlo battezzato, lo unì in matrimonio a Serapia, al che entrambi gli innamorati spirarono, nello stesso istante, tenendosi per mano, per sempre.

Come fermare le lacrime che a questo punto sgorgheranno inarrestabili dai vostri occhi? Forse ricordandovi che San Valentino, oltre a essere patrono degli innamorati, lo è anche degli epilettici.

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Spielberg a Viterbo

23/01/2017

Steven Spielberg: cosa non può fare quell’uomo con una telecamera e una buona sceneggiatura in mano? Ebbene, sembra proprio che, dopo sopralluoghi durati un paio di mesi, il grande regista abbia deciso di girare alcune scene del suo prossimo film, The Kidnapping of Edgardo Mortara, proprio nella nostra Viterbo.

Niente di veramente insolito, intendiamoci. Viterbo (ci pare di averlo già scritto in questo blog) è apparsa a molti grandi registri uno sfondo ideale per i loro film: Fellini, Welles, Pasolini, Monicelli, Sorrentino. Di Viterbo si può farne quello che si vuole con la fantasia, facoltà dell’anima che attecchisce così bene nelle porosità del suo venerabile peperino. Si può cercare di cogliere la fissità solenne e, insieme, un po’ fragile della suo Medioevo, vi si può evocare la malinconica frivolezza etrusca, si può chiederle di essere una provincia italiana qualunque o, all’opposto, di essere un posto inconfondibile in cui chiunque vorrebbe passare il resto della propria vita, si può invecchiarla e si può ringiovanirla, si può ingrandirla e si può rimpicciolirla, si può esaltarla e si può lasciarla sullo sfondo. Fatta forse eccezione per certi film di fantascienza, Viterbo è un’attrice versatile che non disdegna né i ruoli drammatici né quelli comici, né il cinema impegnato né quello d’evasione.

Però, Spielberg… No, dico, vi rendete conto? Spielberg!

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I misteri di Villa Lante

18/01/2017

Perché non abbiamo mai parlato di Villa Lante, giudicata nel 2011 il Parco più bello d’Italia? Semplicemente perché parlarne ci intimorisce. A Villa Lante c’è arte, c’è mistero, c’è bellezza, c’è pace, c’è un certo modo di stare al mondo. Quando ci sono così tante cose da dire, spesso si rinuncia a dirle.

Questa volta, però, vogliamo vincere almeno in parte il nostro imbarazzo per segnalarvi che sabato 21 e sabato 28 gennaio potrete visitare le Palazzine Gambara e Montalto della Villa, per solito chiuse al pubblico. Inoltre, potrete farlo assistiti da una guida in grado di fornire risposte a interrogativi da thriller: come mai Villa Lante e i suoi giardini hanno la forma di una graticola? E perché nel ‘500 la fontana principale della Villa era a forma di piramide a gradoni e simboleggiava la Montagna del Purgatorio?

Antonio Tempesta, Raffaellino da Reggio, il Cavalier d’Arpino, Agostino Tassi sono solo alcuni dei nomi dei grandi pittori manieristi che si sono dedicati agli affreschi d’inesauribile bellezza delle due palazzine. Se anche non dovessero piacervi i thriller e la suspense dei misteri storici di cui Villa Lante è lo sfondo ideale, potrete semplicemente abbandonarvi all’impatto coloristico delle pitture e alla strabordante abbondanza dei decori. Sciolta la trama, resta comunque il gomitolo dell'esperienza estetica.

Magari, vi sentite spaventati dal brutto tempo di questo periodo e potreste pensare che è meglio non andare. Ma occorre anche chiedersi: com’è mai possibile che sia brutto il tempo, qualunque tempo, passato in un luogo come Villa Lante?



Prenotazione obbligatoria ai seguenti recapiti:
3405638280 (Marco Zanardi)
info@visitarelatuscia.it
www.visitarelatuscia.it

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Il buono del 2017

30/12/2016

She’s got everything she needs, she’s an artist / She don’t look back” cantava in una sua vecchia canzone il neo-premio Nobel per la letteratura Bob Dylan. Lei ha tutto ciò di cui ha bisogno, lei è una artista, lei non si guarda indietro. Ecco, oggi vogliamo raccogliere questa indicazione: non guardarsi indietro.

Allora, caro 2016, abbiamo fatto tutto il possibile, ci siamo impegnati, ti abbiamo vissuto intensamente, giorno per giorno, notte per notte, ora però è tempo di salutarci, senza rancori e senza nostalgie. Ora, è tempo di 2017, è tempo di altro tempo: ne abbiamo ancora tanto davanti e in fondo è tutto ciò di cui abbiamo veramente bisogno. We got everything we need. Questo, in definitiva, è il buono del 2017.

Si capisce, dunque, che ogni altro piccolo o grande successo, ogni altra piccola o grande gioia, che in ogni caso speriamo possano venire a ciascuno di voi, saranno cose in più, fatti che scandiranno quell’evento già in se stesso meraviglioso che è vivere. Di conseguenza, noi del Salus intendiamo semplicemente augurarvi un 2017 ricco di questi dettagli preziosi, certi che il nuovo anno, in quanto nuovo, sia già buono in sé.

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Il potere del Natale

23/12/2016

Eccolo, arriva, con l’oro, l’argento, il profumo del muschio e del mandarino, gli addobbi, i doni, eccolo il Natale. Qualcosa dentro si intenerisce, durezze del cuore e cinismi dell’intelletto si sciolgono in un tepore umano che ha a che fare con l’avvento di una speranza. Non occorre essere religiosi per avvertire che il Natale indica esattamente questo: una proposta di pace e di ristoro per un’umanità confusa, esausta e dolente, l’irruzione nell’anima della possibilità di vivere in alternativa all’indifferenza, alla solitudine, alla prevaricazione, all’indifferenza, alla menzogna, alla superficialità, al fanatismo, alla più spietata logica del profitto.

Anche dentro un albergo, dove ogni sforzo è rivolto a rendere la vita di chi ne è ospite la più comoda e la più piacevole possibile, arriva da fuori l’eco di guerre, sofferenze, vite spezzate, indigenza. Il piccolo mondo perfetto in cui un hotel vuole consistere si misura costantemente con l’ampia e dolorosa imperfezione del vero mondo circostante, cercando per quanto possibile di ribaltarla nel suo opposto.

È come quando gli apostoli se la presero con la donna che aveva unto il capo di Gesù con del prezioso olio di nardo: quell’olio, protestarono loro, si sarebbe potuto vendere per ricavarne denaro da distribuire ai poveri. Allora, Gesù disse: “Lasciatela stare; perché le date fastidio? Ella ha compiuto verso di me un’opera buona… ha fatto ciò ch’era in suo potere… In verità vi dico che dovunque, in tutto il mondo, sarà annunziato il vangelo, si racconterà pure in suo ricordo ciò che ella ha fatto” (Mc 14, 6-9). Fare sempre ciò che è in nostro potere per l’altro: ecco forse il miglior auspicio possibile per il Natale.

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Il mercatino di Natale di Piazza del Sacrario

16/12/2016

Si ha un bel dire che il Natale non dev’essere consumistico. L’argomento, peraltro, ha un suo innegabile fondo di verità, sempre che non voglia dimostrare troppo, perché in tal caso fallisce il bersaglio o, per meglio dire, si inventa il nemico. L’atteggiamento con cui ci gettiamo negli acquisti natalizi non è necessariamente edonismo consumistico, bensì tante volte semplice allegria. Un’allegria infantile, giocosa, la rara sensazione che, almeno certe volte, sia semplice donare qualcosa agli altri. I mercatini di Natale sono lo scenario brulicante, luminoso e incantato di questa propensione allegra della natura umana. A Viterbo potrete trovarne uno a Piazza del Sacrario, in pieno centro.

Dobbiamo dire che vi è nato senza quasi che noi viterbesi ce ne accorgessimo, anno dopo anno. Semplicemente era Natale ed essendo Natale si andava al Sacrario per fare due passi, per studiare le bancarelle e per trovare qualche regalo originale. Oggi l’espressione “mercatino di Natale” dice forse qualcosa di più uniforme e preciso che un tempo, quando rimandava a un minor numero di esempi e di aspettative. Senza dubbio, quello che si tiene al Sacrario è ormai pienamente, apertamente, un mercatino di Natale, ne ha tutte le proprietà ideali: il calore vagamente letterario che difende dal freddo della sera, la luce pastosa e intermittente, il senso di trovarsi in un posto così radicalmente superfluo da essere esterno alla realtà tutta. E intanto, sotto i vostri piedi, mille metri più giù, scorgerete ancora Viterbo con la cavillosità pensosa dei suoi tanti vicoli ritorti.

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Caffeina Christmas Village: inizia la fiaba

02/12/2016

A Viterbo, da oggi 2 dicembre fino al prossimo 8 gennaio, potrete trovare, nell’ordine: la Casa di Babbo Natale, le Poste dei Bambini, la Banca dello Zecchiere, la Taverna del Gioco, la Fabbrica di Cioccolato, il Rifugio degli Gnomi, la Casa degli Elfi, il Bosco che Non C’era, la Biblioteca delle Favole, il Lago Ghiacciato, il Museo dei Presepi, il Teatro Incantato e il Presepio più grande del mondo, per tacere poi dell’orsa bianca alta cinque metri a Piazza del Gesù.

Quest’anno, a Viterbo, qualcosa nel tener distinte fantasia e realtà è chiaramente andato storto e queste sono le conseguenze: il centro storico della nostra città si è trasformato in un posto buono per elfi e fate. Ma anche e soprattutto per bambini e per tutti quegli adulti che, non ancora completamente inariditi dalle ruvidezze della vita, abbiano ancora desiderio di provare stupore e trasecolare.

Si tratta della prima edizione del Caffeina Christmas Village. Avrete forse già sentito parlare di Caffeina come di un festival culturale, ma quello si tiene ogni anno d’estate, a ben altre temperature esterne. Quanto al resto, Caffeina è una fondazione cui Viterbo deve molto in termini di iniziative e d’idee. Quest’anno, hanno pensato di trasformare in un crogiuolo fantastico il centro storico di Viterbo, altrimenti minacciato di spopolamento e d’impoverimento dalla concorrenza degli spietati centri commerciali della periferia.

L’idea è quella di restituire allo scenario urbano la sua capacità di attrarre e di stupire, di trasmettere mistero, di dilatare la mente suggerendo percorsi immaginifici alternativi a quelli scadenti e usuranti dell’abitudine. Così, si è provveduto ad aumentare la realtà storico-architettonica viterbese mediante inserti fantastici, affinché, come purtroppo di norma avviene, non fosse diminuita dalla monotona frenesia natalizia o disertata per via di scelte più prosaiche e omologanti.

Lo ripetiamo: il Caffeina Christmas Village è quest’anno alla sua prima edizione e noi stessi siamo curiosi di verificare il risultato di tanto sforzo organizzativo. Quindi, non esiteremo a lasciarci prendere per mano da un elfo per immergerci in questa Viterbo trasfigurata. Consigliamo anche a voi di fare lo stesso.

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Van Gogh Shadow

15/11/2016

Immergersi in un quadro è il metodo più autentico per godere fino in fondo di un’opera d’arte. Entrare a far parte del suo mondo, assorbire i suoi colori, nascondersi nelle sue ombre, esporsi alla sua luce, in definitiva indossare le stessi lenti attraverso le quali l’artista ha filtrato il mondo restituendocene una determinata, caratteristica, visione: questo è il senso di ogni vera esperienza estetica. A Viterbo potrete essere aiutati a farla dall’eccezionale mostra sperimentale “Van Gogh Shadow”, che sarà ospitata nella Sala delle Bandiere di Palazzo dei Priori dall’8 dicembre 2016 all’8 gennaio 2017.

In cosa consiste “Van Gogh Shadow”? I quadri più famosi del grande artista, dalla Camera ad Arles alle Barche di pescatori sulla spiaggia di Saintes-Maries, saranno trattati con la tecnica del Video Mapping, qualcosa di simile a una proiezione animata in 2 e 3D. Grazie a ciò, i protagonisti prendono vita all’interno del dipinto, mentre luci, colori e ombre variano ed evolvono, così che il momento di vita fissato e come imprigionato dal dipinto è lasciato di nuovo libero di scorrere e divenire ma sempre secondo l’immaginario specifico di cui l’artista l’ha informato in modo inconfondibile.

Quindi, più che un viaggio all’interno dell’opera, ci sembra che “Van Gogh Shadow” proponga e renda possibile un viaggio realistico nella mente del grande pittore: è un po’ come partecipare del suo sguardo. Questo, a nostro avviso, è il miglior modo possibile per vivere la stessa intensità divorante vissuta da Van Gogh, senza per questo aver bisogno di tagliarsi un orecchio.

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Le carote di Viterbo in bagno aromatico

11/11/2016

Le carote in origine erano viola. Una verità sconcertante, comprendiamo, ma che pure va affrontata. Quelle arancioni furono selezionate solo nel XVIII sec. dagli olandesi in onore della famiglia regnante degli Orange. Le comuni carote arancioni sono, dunque, ortaggi monarchici. Ma non è per questioni politiche che sarebbe bene ritornare un poco anche alle originarie carote viola. Ci sono, piuttosto, ragioni di salute: il 22% in meno di zuccheri e una gran quantità di antociani, pigmenti idrosolubili della famiglia dei flavonoidi, ottimi antiossidanti e antitumorali. In più, queste carote ataviche hanno un sapore ottimo.

Oggi, peraltro, non è più così difficile trovarle: la nostra nuova sensibilità per il cibo e i prodotti biologici ha portato a una loro progressiva riscoperta. Speriamo che ciò permetta anche di conservare e diffondere meglio una rara specialità culinaria tipicamente viterbese a base proprio di carote viola: le carote di Viterbo in bagno aromatico. Questa confettura risale al XV secolo e furono le suore del Monastero di Santa Rosa a tramandarla alle famiglie benestanti viterbesi, che elargivano loro donazioni ripagate dalle religiose appunto con tale specialità.

Ma in cosa consistono esattamente queste carote in bagno aromatico? Le carote viola, tagliate a fette longitudinali, vengono fatte seccare al sole e lasciate a bagno in aceto per alcuni giorni. Quindi, sono insaporite a caldo in una salsa agro dolce composta di aceto, zucchero, chiodi di garofano, noce moscata, con eventuale aggiunta di cioccolato, pinoli, uvetta e canditi. Passati 15 giorni in recipienti di coccio coperti con un panno, le carote sono pronte per essere consumate da sole o per accompagnare salame cotto, coppa di testa, zampone e formaggi stagionati. E ricordiamocelo: in principio, era il viola.

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Tra Tobia e San Martino

04/11/2016

Domenica prossima, 6 novembre, mettiamoci un paio di scarpe comode e mettiamoci in marcia da Tobia a San Martino al Cimino e ritorno. L’associazione culturale Take Off ha infatti organizzato una passeggiata, che alla valorizzazione delle eccellenze enogastronomiche delle due località coinvolte (Tobia e San Martino) unisce la (ri)scoperta dei tesori architettonici e naturalistici di questa parte di territorio piuttosto defilata rispetto a ogni rotta turistica tradizionale.

Certo, questo è il periodo dell’anno dedicato al rito dell’olivatura. Per accorgersene, basta percorrere una qualunque delle nostre strade provinciali (tanto più quelle che portano verso Vetralla e il sud della provincia). Immancabile è imbattersi nel solito trattore carico d’olive appena colte che procede a passo d’uomo, rallentando non poco la circolazione automobilistica. Non vi nascondiamo che, specie di mattina, quando magari siamo già un po’ in ritardo per il lavoro, i molti mezzi agricoli per strada suscitino in noi qualche nervosismo e qualche impropero di troppo. Ma in fondo, comprendiamo benissimo e accettiamo la situazione: l’olio dalle nostre parti è cosa sacra e seria, che certo vale anche un insignificante ritardo a lavoro.

Intanto, se parteciperete alla passeggiata di cui stiamo parlando, sarete ripagati proprio dalle irresistibili bruschette condite con olio novello extravergine d’oliva, oggettivamente una tra le cose che da sole bastano a dare, almeno per un attimo, un senso completo ed esaustivo al mondo e all’uomo. Ma non è solo mangiare, è anche capire da dove viene ciò che si mangia e in che misura ci somiglia. Monumenti come l’abbazia cistercense e il palazzo di Donna Olimpia a San Martino, storie come quella del distrutto Castello di Petrignano nei pressi di Tobia, paesaggi come i boschi, gli oliveti e i castagneti che domenica prossima potrete attraversare a piedi (cioè, dall'interno), sono le fonti da cui il gusto inconfondibile del nostro olio trae le parole per essere descritto, per essere compreso e, quindi, apprezzato fino in fondo.

A passo d’uomo, pian piano, si torna infine a far parte della realtà, ossia delle cose stesse, come alberi, pietre, aria, vento e altre simili verità immediate.


Per informazioni: 3382129568 (Annarita Properzi) e 3334912669 (Silvio Cappelli).

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"PaperOnly": Viterbo di carta

28/10/2016

“PaperOnly” (please). Solo carta (per favore). “PaperOnly” è un mercatino di articoli cartacei d’antiquariato, artigianato, collezionismo e modernariato (in pratica, cose come libri fuori commercio, cartoline, stampe, tessere, biglietti, banconote, manifesti, francobolli ecc.). L’appuntamento è per il 29 e 30 ottobre, cioè per domani e dopodomani, dall’alba al tramonto sotto i portici del Palazzo dei Priori in Piazza del Comune, cioè nel centro stesso del centro storico di Viterbo. Pare che anche Vittorio Sgarbi vi abbia trovato un bel po’ di libri interessanti. Se li ha trovati lui, figuriamoci noi!

Tuttavia, abbiamo qualche perplessità. Considerata la natura strettamente cartacea dell’evento, dovrebbe di conseguenza non essere ammessa ogni forma di realtà che sia da intendersi a qualunque titolo, e sotto ogni rispetto, immateriale. Certo, ma allora come la mettiamo con l’anima? Dobbiamo andare a “PaperOnly” limitandoci a portarci appresso solo i corpi? Si può fare, ma tra gli stand si aggirerebbero zombi.

La questione è ancor più imbarazzante dal punto di vista semiotico. Infatti, che ne è dei messaggi dei tanti libri che si trovano esposti sulle bancarelle di “PaperOnly”? Non sono forse pure quelli immateriali, tali da trascendere di gran lunga la carta su cui sono impressi?

Allora, dobbiamo forse concludere che “PaperOnly” sia una bella iniziativa, tuttavia metafisicamente poco fondata? In effetti, non è mai solo carta, come, per esempio, non è mai solo sesso. E come succede in quest’ultimo caso, anche nel primo resta comunque il divertimento d’esserci stati anima e corpo.

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La Susianella furiosa

21/10/2016

Susianella: cos’è? Una leggiadra donzella viterbese? La musa di qualche nostro scapigliato poeta? Una figura felliniana, tipo la Saraghina? No, è una salsiccia tipica di Viterbo. Abbiamo motivo di credere che già a questo punto il lirismo innescato dal nome sia bruscamente scemato. Figuriamoci quando vi diremo di cosa è fatta la nostra cara susianella. In estrema sintesi, di sangue e frattaglie. Il ribaltamento è ormai completo: pensavate di aver a che fare con un epigono di Leopardi, e invece vi trovate nella singolare posizione di chi sia invitato a cena da Quentin Tarantino che, entusiasta, aggiunga pure: “Stasera cucino io!”.

Cuore, fegato e pancreas del maiale macinati grossolanamente assieme al grasso ottenuto dalla pancetta o dal guanciale. L’impasto, quindi, conciato con sale, pepe nero, peperoncino, finocchio selvatico ed altre spezie. Il tutto, infine, insaccato in un budello naturale di maiale e lasciato stagionare da un minimo di venti giorni a un massimo di sei mesi. Bravo, Quentin. Davvero.

In realtà, le cose sono molto meno pulp e molto più poetiche di quel che ormai vi sarete convinti che siano. Il segreto, anzi il mistero, della susianella sta proprio qui: nel suo misticismo. Attenzione, con questo non vogliamo spacciarvela per un cibo soave e delicato, questo no. Tuttavia, se la preparazione lascerebbe intendere che un insaccato simile sia adatto solo a loschi figuri deturpati da orribili cicatrici rimediate nel corso di feroci corpo a corpo, una volta in bocca, invece, la susianella è in grado di conferire quella tipica ebbrezza creativa necessaria per comporre, ad esempio, poemi in ottave. Ecco qual è il punto: la susianella non è cibo per guerrieri, bensì per poeti che vogliano cantare di guerrieri. Capito, no? “Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori”...

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Città che muoiono? Pensieri su Celleno

14/10/2016

Sembra proprio che nella Tuscia le città muoiano come mosche. Ci riferiamo a Civita di Bagnoregio, naturalmente. Ma da queste pagine vi abbiamo parlato anche di Calcata. Oggi ci mettiamo pure Celleno, altro borgo viterbese più di là che di qua, per dirla in modo popolare. Popolare, sì, ma non sciocco, nella misura che apre una speciale comprensione del fascino che luoghi come quelli appena richiamati sanno esercitare sui propri visitatori. Entrare in paesi simili è come attraversare una linea invisibile che immette in una dimensione ulteriore, in un oltre dove tutto è già stato: sono l’umano oltre l’uomo, così che noi, nel visitarli, facciamo la straordinaria esperienza d’essere già fantasmi. Non loro, cioè queste città, sono fantasmi, bensì noi, grazie a loro, lo diventiamo.

Dunque, torniamo a Celleno. Anzi, andiamo a Celleno che, guarda caso, è proprio di strada per andare a Civita di Bagnoregio. Bisogna infatti prendere la Teverina. Assai prima di arrivare a Civita incontrerete la deviazione per Celleno. Quindi, attraverserete la Celleno nuova e, proprio quando vi sembrerà ormai impossibile trovare qualcosa d’antico in un posto del genere, di colpo, quasi si fosse rigirato il mondo, vi ritroverete in Piazza del Mercato, alla base della lunga e sinuosa scalinata, simile a un ponte, che vi permetterà d'accedere nel cuore decadente della vecchia Celleno.

Qui solo l’imponente Castello Orsini è abitato, gli altri edifici lo sono soltanto dal vuoto, dalla traccia grottesca e spettrale della funzione cui un tempo s’indovina dovevano essere ordinati. Un labirinto di cunicoli di pietra, porte che danno sul nulla, case dall’aspetto ormai più geologico che architettonico. Ma cosa può mai essere successo? Tante cose. Nel 1696 un devastante terremoto, tanto forte da dar origine probabilmente alla valle che si può ammirare all’ingresso del borgo. Tra il 1832 e il 1833 un’epidemia di febbre petecchiale. Nel 1855 un altro forte terremoto. A questo punto, gli abitanti pensarono bene di spostarsi di circa un chilometro, per tirar su, in località Le Poggette, la nuova Celleno.

Prima di andare a Civita, dunque, fermatevi un poco anche a Celleno, luogo decisamente più raccolto e meditabondo del primo, perfetto per apprendere una verità a suo modo terribile: noi possiamo pure chiamarle città che muoiono, ma intanto il fatto evidente è che ci sopravvivono, come già sono ampiamente sopravvissute a chi un tempo le abitava e fu costretto, per paura di morire, a spostarsi qualche chilometro più giù, abbandonandole al loro destino lentissimo.

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Il Castello dei sapori

07/10/2016

Se c’è una festa davvero folle nel viterbese, una per cui la baldoria è vortice ed estenuazione sensoriale, quella è la Sagra delle Castagne di Soriano nel Cimino. Ora, bisogna tener presente che Soriano offre uno spaccato sociale e antropologico davvero singolare: nonostante sia un paesino arroccato, letteralmente arroccato, tra i severi Monti Cimini, o forse proprio per questa sua collocazione, è fonte di musica d’avanguardia, di letteratura sghemba, di notevoli ingegni scientifici. Soriano è un paese incredibile non solo per la sua bellezza ma anche per la gente che lo abita; che lo abita appassionatamente, aggiungiamo anche.

Un esempio di ciò sono i ragazzi della Cooperativa il Camaleonte, che hanno con pochissimi mezzi e una straordinaria energia ridato vita a quello spropositato edificio sorianese che è il Castello Orsini, architettura smisurata, per anni abbandonata a se stessa dopo la chiusura del carcere cui il castello era stato lungamente adibito. Una delle loro iniziative di maggior successo è “Il Castello dei sapori”. Inserita dentro la Sagra delle Castagne, il suo scopo è quello di fare del castello uno scenario di nuovo pienamente umano, un luogo in cui si mangia, si sta tra amici, si scopre qualcosa di sé e della propria storia.

Olio, vino, pane, formaggio, miele, cioccolato, castagne, birra, carni, salumi, tutti prodotti locali d’eccellenza, che potrete degustare in un contesto che Tolkien avrebbe amato alla follia. Dateci retta, sabato 15 e domenica 16 ottobre concedetevi una scorribanda nella nostra, personalissima, Terra di Mezzo.

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Cioccotuscia 7

29/09/2016

Siete depressi? No, impossibile: se siete nostri ospiti, è un’ipotesi decisamente da escludersi. Allora, siete golosi? Questo invece è ben possibile: se siete nostri ospiti, gusto per le cose belle e buone certo non vi manca. In entrambi i casi, c’è una cosa che fa al caso vostro: la cioccolata…

E nella Tuscia, in questo periodo, scorrono fiumi di cioccolata, sorgono montagne di cioccolata, perfino le strade sono lastricate di cioccolata: merito di Cioccotuscia, evento ormai giunto alla sua settima edizione, che si terrà nei giorni 8,9, 15 e 16 ottobre presso lo sbalorditivo Palazzo Farnese di Caprarola. Dal momento che si svolge in contemporanea alla Festa delle castagne, il delirio gastronomico è assicurato.

Solo per darvene un’idea: trenta stand di aziende enogastronomiche locali e non, concorsi di cucina, cooking show, esibizioni di chef professionisti, lezioni di cucina per adulti, degustazioni, musica, esposizioni, mostre, visite guidate al Palazzo Farnese, artisti di strada, animazioni per bambini.

Va bene, d’accordo: siete golosi. Ma depressi no, o almeno non più! Mai più.

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Salame cotto viterbese, ovvero della provvisorietà

23/09/2016

E noi come salami andiamo dimenticando tante cose, come, per esempio, il salame. Intendiamo il salame cotto viterbese. Ma perché ce lo stiamo dimenticando? Semplicemente perché ci sono cose che non si sanno, piuttosto si fanno: si fanno e basta. Il salame cotto è fra queste. Non esistono ricettari chiusi in casseforti, non esistono protocolli da seguire scrupolosamente; perfino i tecno-burocrati di Bruxelles, nel sentire l’espressione “salame cotto viterbese”, cominciano a ripetere ossessivamente “file not found”, vanno in crash e bisogna riavviarli.

In effetti, si tratta di un prodotto la cui preparazione è tramandata solo oralmente: com’è noto, di bocca in bocca le notizie cambiano ogni volta sempre un poco. Allora, chissà quant’era diverso dall’attuale il salame cotto di cui parla Apicio, il Vissani del I secolo a. C., nel suo De re coquinaria? Le tradizioni orali si basano per loro essenza sull’infedeltà all’originale e sul tradimento di chi è venuto prima. È questo un aspetto che si tende sempre a sottovalutare quando cerchiamo di mettere in salvo su ideali arche di Noè prodotti e storie antiche non già scritte nella pietra, bensì avventurosamente trasportate da quella scia fumosa e labile che è la semplice successione nel tempo delle generazioni e delle esistenze umane.

Che poi potremmo pure dirvi in che consiste il salame cotto viterbese: essenzialmente nelle rifilature grasse di costato, spalla, coscia e pancetta del maiale. Aggiunti sale e pepe, le carni vengono quindi macinate fini e insaccate in budelli bovini o suini. I salami così ottenuti vengono infine lungamente cotti in acqua bollente, anch’essa salata e pepata. 

Terminata la cattura, sono già pronti per essere mangiati: dunque, non c’è stagionatura. Ma se non c’è stagionatura, non c’è nemmeno possibilità di conservarli a lungo. Da qui una peculiarità del nostro salame cotto, vale a dire il fatto che potrete gustarvelo solo tra settembre e febbraio, dopodiché saremo costretti a respingere l’ordine. Ed ecco, in effetti, una delle principali ragioni per cui questo antico prodotto tipico della Tuscia è sempre meno diffuso: a noi oggi piace avere tutto, sempre e subito, mentre il salame cotto, dal canto suo, è di tutt’altro avviso.

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Il Palio delle botti di Pianoscarano

16/09/2016

La forza di gravità: amica o nemica? Ecco, oggi ci piace cominciare con una di quelle domande demenziali grazie alle quali, in pochi anni, le televisioni commerciali hanno interamente demolito quel poco di raziocinio e di propensione alla logica di cui i loro telespettatori erano in precedenza dotati. La vogliamo porre, in special modo, a chi parteciperà al Palio delle botti di Pianoscarano, a Viterbo. L’evento si svolgerà dal 22 al 25 settembre presso Piazza Scotolatori e si inserisce nella Festa del vino che in questo surreale quartiere viterbese assume risonanze particolarmente profonde, diremmo quasi ancestrali.

Il palio prevede due categorie: la botte a spinta e la botte a spalla. Non importa: la nostra domanda imbecille può benissimo applicarsi a entrambe. Quindi, ci muniamo del nostro bel microfonone peloso, del completo sportivo più telegenico, della nostra migliore faccia di bronzo e ci mettiamo alle costole dei forti viterbesi che fan rotolar la propria botte su per la rapida salita di Pianoscarano.

“La forza di gravità: amica o nemica?”.

Naturalmente, i concorrenti non ci degneranno di alcuna risposta e quelli che portano la botte a spalla magari proveranno anche a spaccarcela in testa. Come dargli torto? Non hanno mica fiato da sprecare con la nostra triviale inconsistenza! Quella che stanno facendo è una corsa contro il tempo per accaparrarsi il proprio turno di lavare le botti presso la Fontana del Piano, la fontana simbolo di Pianoscarano. I nostri padri ci litigavano ferocemente per stabilire chi dovesse farlo per primo. Così, per deciderlo si ricorse al metodo meno cruento: una gara di rotolamento delle botti.

“La forza di gravità: amica o nemica?”. Ormai ci siamo ridotti a chiederlo a un gatto addormentato in uno dei contorti vicoli solitari del centro storico di Viterbo. La vita sta altrove, la sentiamo da lontano, sta alla fine della salita, con la gente che applaude e brinda, mentre Fontana del Piano invece dell’acqua ha cominciato a buttar vino.

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Woodstock? No, Cura di Vetralla

08/09/2016

La pratica-estate è ormai quasi interamente archiviata. Eppure con la tintarella e la pelle unta d’olio, le unghie laccate fuori dai sandali, i polpacci pelosi degli uomini spettinati dal vento avremmo ancora voglia di uno scampolo d’evasione pura. Siamo decisamente ancora troppo cool per la nostra grigia postazione PC, per il bancone della nostra bottega, per il nostro logoro divano di casa. 

“Usciamo questo weekend?”.
“Sì, ma dove andiamo?”. 
“Pensavo a Woodstock…”.
“Woodstock?! ‘azzo dici! Sai dov’è Woodstock?!”
“Ma certo, è a Cura di Vetralla”.

Un dialogo surreale, alla cassa di un supermercato, tra due giovani rockettari: beata gioventù! Ma il senso non può che essere uno: torna il Festival “Rockin' Cura”. Giunto alla sua sesta edizione, il festival è ideato e organizzato dall'associazione Culturale Imaginaction e anche quest’anno prevede una due giorni a tutto volume con gruppi di notevole valore artistico. Si inizia venerdì 9 settembre con “I Ministri”, “La Notte” e i “Gorilla Pulp”. Si continua a pogare sabato 10 con i “Punkreas”, “Voina Hen” e “TU”.

Tutto rigorosamente live e gratuito, presso i giardini pubblici di Cura. L’evento musicale sarà comunque corredato da mercatini, esposizioni, aree relax, giochi e, chiaramente, l’ormai immancabile street food: dal più classico panino con la salsiccia a proposte più gourmet legate al territorio.

Insomma, che ne dite di chiudere l’estate a suon di rock ‘n’ roll? La risposta non potrà che essere una ed è quella che diede Lou Reed in una sua vecchia canzone significativamente intitolata Rock ‘n’ Roll: “Despite all the amputations / You know, you could just go out / And dance to a rock'n'roll station / And it was all right, hey baby, / You know, it was all right”.

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La tomba perduta

29/07/2016

“Ma dove sarà finita? Eppure, stava qui!”. Quante volte sarà capitato anche a voi di prorompere in simili esclamazioni: una chiave, una penna, una scarpa finite chissà dove. Incidenti di percorso, banali dimenticanze che fanno perdere la pazienza e qualche minuto di tempo. A Viterbo, però, è successo che a non trovarsi più sia stata niente meno che una tomba etrusca monumentale del IV sec. a.C. e che ci siano voluti cento anni perché fosse di nuovo rintracciata. Si tratta della tomba rupestre di Grotta Scalina, situata in una zona remota lungo la strada Tuscanese.

Ma com’è potuto succedere? Possiamo parlare del più eclatante caso di distrazione della storia? Oppure ci sta sotto un intrigo degno del migliori thriller da supermercato, con tanto di Templari e spietati sicari?

Niente di tutto questo. È solo un caso umanissimo di coincidenze sfortunate. Tutto è dipeso dalla sorte dell’archeologo viterbese Luigi Rossi Danielli che, a inizio Novecento, rinvenne il sito archeologico e ne intraprese lo scavo. Tuttavia, la morte colse il Danielli prima che potesse comunicarne i risultati, così che Grotta Scalina rimpiombò rapidamente nell’oscurità da cui era stata per poco disseppellita. Si potrebbe in effetti dire che lo sfortunato archeologo si portò nella tomba una tomba.

Ma non tutto si perse. Per quanto ogni opera umana tenda per sua natura all’oblio, nella sua breve traiettoria visibile lascia pur sempre una qualche pur minima traccia di sé. Così, dell’ultima impresa di Danielli rimase se non altro una fotografia che lo ritraeva davanti alla facciata della grotta rupestre. Anche quella foto però scomparve alla morte del nostro illustre concittadino, per riapparire solo nel 1962. Quanti nel frattempo si erano convinti che la tomba di Grotta Scalina fosse andata distrutta o che magari non fosse mai esistita dovettero ricredersi. Ma fu soltanto nel 2010 che un gruppo di archeologi francesi guidati da Vincent Jovet riuscirono a ritrovare il sito perduto e a iniziare i lavori di scavo, di cui proprio in questi giorni è stata data la comunicazione che al povero Danielli mancò il tempo di fare.

Sono tutte in bilico le cose umane, tra essere e non essere. La tomba monumentale di Grotta Scalina ne è un esempio perfetto che oggi ci è piaciuto farvi conoscere. Quanto al resto, sembra che ormai il sito si sia stabilizzato a sufficienza nella cosiddetta realtà nota. Ma personalmente, se ci dovesse capitare di visitarlo, noi per certo faremo in modo di portarci appresso testimoni attendibili che, in caso di nostra inspiegabile scomparsa, depongano a favore del fatto che un tempo siamo davvero esistiti.

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Non essere al Convento di Sant’Angelo

21/07/2016

Caldo, caldo, caldo: un senso di fuga ci prende, un desiderio di nudità, un’incontenibile tendenza a uscire. Da cosa? Dalle nostre stanze, dai nostri ruoli, dalle nostre griglie esistenziali. Ecco, oggi vi proponiamo una meta vicina che potrebbe tuttavia spalancare inaspettati varchi interiori, attraverso i quali prolungare la propria fuga dalla soffocante stagnazione del già visto e del già sentito in più ariosi territori extra-temporali. Vi proponiamo una visita al Convento di Sant’Angelo, a Cura di Vetralla.

Non si tratta tanto del suo significato storico (pur notevole, dal momento che le prime notizie sulla sua esistenza risalgono addirittura all’VIII sec.), o del suo intrinseco valore artistico (interessanti alcuni dipinti) o dell'incantevole contesto naturale in cui è collocato (il fresco e lussureggiante bosco di Monte Fogliano). No, il senso profondo di questo luogo non va cercato in singoli aspetti oggettivi e parziali. Piuttosto, aleggia vagamente sulle cose, così che il Convento eccede la propria struttura fisica e, allo stesso titolo, sono “convento” anche gli alberi, il cielo sopra gli alberi, il tempo e il silenzio.

L’ampio piazzale antistante a Sant’Angelo, popolato da pii gatti sonnacchiosi, è il posto perfetto per non pensare. Già, avete letto bene: “non”. Tante volte, abbiamo bisogno di assentarci, di astenerci, di evadere dal cappio dei nessi logici che tengono in piedi il castello di carte della nostra identità. E se ne abbiamo bisogno, è per diluirci nella liquida massa silente, nella luminosa evidenza indimostrabile del Tutto. Così, per essere davvero al Convento di Sant'Angelo, occorre anzitutto non esserci.

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La misticanza: un'insalata linguistica

15/07/2016

“Misticanza”… No, non si tratta di una corrente teologica e spirituale, né il termine vuole indicare la posa vezzosa di chi si atteggia sempre a eremita illuminato (ne conosciamo di gente così, eccome). La misticanza, piuttosto, è un’insalata. Nel Lazio si chiama "misticanza" l’insalata fatta con tutte le erbe che si possono trovare nei campi. Un’insalata rustica, quindi, spontanea, improvvisata, mischiata, variegata, fatalmente legata alla stagione. Un polifonico meltin pot vegetale, tenuto insieme e armonizzato dalla forza robusta dell’olio locale.

Oggi ci piace fare passeggiate, immergerci nella natura, ma dei posti che visitiamo abbiamo per lo più una comprensione semplificata, una visione fondata su categorie quanto meno macroscopiche, se non proprio generiche: terra, acqua, cielo, alberi, erba. I nostri anziani, invece, che della natura non facevano un’ideologia bensì una presenza pienamente integrata nella loro esperienza, avevano occhi allenati a distinguere un filo d’erba dall’altro e a ognuno sapevano dare un nome, magari diverso da paese a paese, ma tale comunque da confluire in un vasto vocabolario lussureggiante, che oggi a noi in gran parte non dice più nulla: il caccialepre, la cipiccia, il crespigno, la cresta di gallo, l’orecchio di lepre, l’orecchio d’asino, il pisciacane, la papala, la pimpinella, la pepolina, il sugamele e così via dicendo.

Dunque, la misticanza è sì un’insalata, ma anche il simbolo di un mondo del quale conoscevamo più nomi, cioè più modi per appropriarcene e nutrircene.

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L’eterna estate dell'eremo di Poggio Conte

08/07/2016

L’estate, il mare affollato, le sagre ridanciane, gli eventi di successo, le discoteche rumorose, la movida, la mondanità, la carnalità, la sensualità. In sostanza, un piacevole girone infernale. Piacevole, sì, ma anche a tratti estenuante: questo è per lo più l’estate. È tuttavia possibile guardarla anche dal punto di vista dell’immobilità e del silenzio, della meditazione e dell’illuminazione. Un simile punto di vista potrete di certo procurarvelo dal romitorio di Poggio Conte.

Nel comune di Ischia di Castro, il fiume Fiora scorre in profonde forre tufacee che il fiume stesso ha scavato nei millenni (mostrando peraltro una certa inclinazione per l’arte). In questi paesaggi così assoluti, verso il 1200 gruppi di monaci benedettini, in fuga dal mondo e da se stessi, credettero di poter trovare un altrove che, pur nel mondo, potesse da questo prendere quella minima distanza decisiva che consentisse loro di star più vicini a Dio. E quanto ancora li separava da Dio i monaci lo scavarono con le proprie mani, aprendo nella roccia una chiesa che ancor oggi ospita quel senso di transustanziazione e pericoresi che può considerarsi il perfetto contraltare (o il vero altare) dell’estate.

C’è molta luce nel ventre roccioso dell’eremo di Poggio Conte, splendida architettura rupestre in stile gotico-cistercense. E questa luce, chiaramente, non viene dal sole, ma da più in alto, o da più dentro.

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Monte Gelato e i suoi equivoci cognitivi

01/07/2016

Monte Gelato… c’è da leccarsi i baffi solo a pensarci. Con il caldo che fa in questi giorni l’idea di una bella escursione in un posto chiamato “Monte Gelato” è francamente irresistibile. Certo, scontato l’entusiasmo iniziale, dovremo presto rinunciare alla suggestiva immagine che ci eravamo fatti di una spropositata montagna di gelato ai gusti assortiti sormontata da un profluvio di panna montata, con tanto di uccellini di marzapane e massi di cioccolato fondente sparsi qua e là. Quando diciamo che la Tuscia è una terra da fiaba, non lo diciamo in senso così stretto.

Resta però il fatto che quella per Monte Gelato è un’escursione perfetta per questo periodo, perché vi consentirà di raggiungere il corroborante spettacolo delle sue cascate. Un paesaggio selvaggio, fresco, rilassante, in grado di appagare la sete di sublime che sempre ci attanaglia le meningi, nonché di far passare decisamente in secondo piano il desiderio di gelato che d’estate altrettanto ci tormenta.

Ma dov’è questo Monte Gelato? Per intenderci, è dalle parti di Calcata: senza dilungarci troppo su come arrivarci, per saperlo vi rimandiamo direttamente al sito del Parco Valle del Treja. Qui ci preme solo sottolineare che si tratta di una vera escursione di trekking, non di una semplice passeggiata, ragion per cui bisogna andarci minimamente preparati, pur non trattandosi di un percorso difficile. Poi, se in effetti ci andrete, vi succederà una cosa strana: quando ordinerete un gelato, in realtà vorrete una cascata d'acqua fresca e non potrete che restare delusi dall'enorme cono che il gelataio vi porgerà con giustificato orgoglio.

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Il Borgo di Pianiano: casa dolce casa

01/06/2016

Oggi vi daremo una dritta che in genere i viterbesi (tipi notoriamente introversi) riservano ai soli amici più intimi: andate a Pianiano.

Pianiano? Mai sentito nominare? Certo che no e, del resto, vi abbiamo già avvertiti: i viterbesi sono tipi introversi e non amano mettere troppo in piazza le loro cose. Comunque, si tratta di una frazioncina a quattro chilometri da Cellere, sulla strada che da Vulci porta a Ischia di Castro. Ma perché andarci?

Intanto perché, quando vi troverete lì, avrete subito ogni cosa sotto controllo e potrete dare del tu a tutti. Basta sapere che a Pianiano risiedono quattordici abitanti, di cui otto maschi e sei femmine. Due sono celibi e una nubile, otto sono coniugati, due sono divorziati e uno è vedovo (non si registrano casi di separazioni legali, né ci sono cittadini stranieri o apolidi). L’età va da un minimo di 30 a un massimo di oltre i 74 anni, ma ben cinque dei suoi quattordici residenti hanno un’età compresa tra i 55 e i 59 anni. Delle sette famiglie residenti a Pianiano, nessuna vive in affitto, sei abitano in case di loro proprietà, la settima occupa un'abitazione "ad altro titolo" (questo, in effetti, è il solo punto un po' misterioso di tutta la faccenda: meglio tenersi alla larga dalla settima famiglia di Pianiano, un po' di prudenza non guasta mai). Bene, ora ne sapete abbastanza per sentirvi in questo borgo come a casa vostra, anche senza esserci mai andati. Tanto più, dunque, dovreste andarci.

E dovreste andarci perché Pianiano è una piccola, deliziosa, scultura nel tufo. Medievale fin nel midollo, la sua origine è tuttavia ancora precedente. Il suo stesso nome, infatti, suggerisce che il luogo fosse collegato all'antico rito di Apollo/Diana, rito sanguigno di caccia (Plandianum, Plandiana, Castrum Planiani, Pianiano). Furono - pensate un po' - gli albanesi a dare al borgo il suo aspetto attuale quando il Governo Pontificio, nel 1757, assegnò un gruppo di immigrati dall’Albania proprio a Pianiano, perché lo ripopolassero, cosa che i nuovi arrivati fecero prontamente.

Oggi avrà pure quattordici residenti (compresa la misteriosa settima famiglia), eppure anche una frazione così piccola ha assolto a un ruolo preciso nella Storia, ha raccolto destini lontani e dispersi in un punto definito e circoscritto dell’universo, ciò a cui siamo soliti dare il nome protettivo e confortevole di “casa”.

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Ode alla porchetta di Bagnaia

19/05/2016

Oh la porchetta… quanti cari e rustici ricordi! Fa parte di una memoria che ci precede, di una memoria collettiva di tempi più semplici, feste di paese, contadini ripuliti ad alzare il gomito con qualche vinello sincero per annaffiare un bel pezzo di porchetta dal sapore intenso come una bestemmia detta per abitudine, sia chiaro, mica per malizia, di quelle che pure il prete ti assolve con poco.

Oh la porchetta… questa cucina così ruvida, questo piatto così totemico: un intero maialino infilzato su un palo, come un sacrificio per attirarsi abbondanza e salute, cotto per ore, il sentore del finocchio come un campo riarso d'esate, la cotenna lucida come l'onice dei cammei per signore.

Oh la porchetta… oh Bagnaia, con la sua paradisiaca Villa Lante, oh La Quercia, con il suo imponente santuario mariano, ed entrambe con il “porchettaro” per strada che dall’alto del suo furgoncino, tale e quale a un filantropo, allunga alla gente incartate e rosette ripiene della sua squisita porchetta calda di giornata.

Oh la porchetta… questo lusso a buon mercato, questo sollievo da una fame atavica.

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La Roma Nord: ritorno al passato

06/05/2016

La Roma Nord, dite? Per andare in treno da Viterbo a Roma? Beh, sì, in teoria potreste anche farlo. Dopo 40 fermate, e 2 ore e 45 minuti di viaggio, in effetti sareste a Roma. Con ogni probabilità, nel frattempo vi sareste dimenticati il motivo per cui intendevate andarci, ma intanto sareste arrivati. In realtà, noi viterbesi per arrivare a Roma con i mezzi pubblici prendiamo o l’autobus, o il treno FS da Porta Fiorentina o da Porta Romana. Chi scrive non ha mai conosciuto qualcuno che da Viterbo usasse la Roma Nord per andare nella Capitale (ma nei paesi vicini, sì). Come avrete capito dall’incipit, si tratterebbe di un viaggio interminabile e massacrante, la cui durata e il cui tragitto erano magari accettabili agli inizi del ’900, quando fu inaugurata, prima come ferrotranvia e poi come ferrovia vera e propria. Oggi, invece, la vediamo un po’ più difficile.

Ma allora perché esiste ancora la Roma Nord? Infatti, non è così ovvio che continui a esistere ancora per molto. C’è sempre qualcuno che periodicamente se ne esce fuori con la proposta di chiuderla. Prima o poi, accadrà. Finora, però, l’ha sempre scampata. E per voi, questa potrebbe essere una fortuna. Perché se per arrivare a Roma ci sono soluzioni di gran lunga migliori, la Roma Nord è invece insuperabile per addentrarvi in modo originale ed eccentrico nella Tuscia. L’impressione è di viaggiare su un trenino del Far West, attraverso gole di roccia, ponti immersi nella natura (bellissimo quello in stile "Torre Eiffel"), tunnel claustrofobici di mattoni, piccole e romanticissime stazioni.

Costruita agli inizi del ’900, come vi abbiamo già detto, non ha mai perso quella patina inconfondibilmente novecentesca, quel senso aurorale di un progresso che si immaginava ancora procedere spedito su rotaia, affidato ai magli da due tonnellate delle fonderie. Su quei trenini è possibile ritornare ai ritmi dei viaggi dei nostri bisnonni, vedere (grosso modo) quel che vedevano loro. Così, mentre il treno arrancherà in avanti, voi scivolerete all’indietro nel tempo, in un passato collettivo alterato, ma non ancora sostanzialmente trasformato (non da queste parti, almeno), dai sintomi sferraglianti del futuro.

Non occorre che facciate troppa strada: vi basterà partire dalla Stazione di Viale Trieste a Viterbo e scendere a Soriano (bellissimo paese, peraltro, che vi raccomandiamo di visitare). Tanto vi basterà per capire come si fa a viaggiare indietro nel tempo.

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Il pasticciaccio brutto delle ciambelle all’anice

29/04/2016

Mai come in questo caso ci siamo trovati in difficoltà a scrivere. E perché mai? In fondo, direte voi, l’argomento di oggi, le ciambelle all’anice di Viterbo, non sembra propriamente un problema di fisica quantistica. Mah, che la fisica quantistica non abbia proprio niente a che fare con le ciambelle all’anice è cosa quanto meno da verificare, per cui sarebbe meglio andarci cauti con certi giudizi. Il fatto è che le ciambelle all’anice sono sì un dolce tipico delle nostre parti, ma al tempo stesso sono talmente sfuggenti e multiformi! Per questo preferiamo parlare di ciambelle, al plurale, e non di ciambella. È un discorso un po’ strano (forse la fisica quantistica c’entra, eccome), ma si potrebbe dire che la ciambella all’anice è, insieme, se stessa (cioè tipicissima, uno dei sapori più familiari ai noi abitanti della Tuscia), e però diversa da se stessa, perché non c’è paese della zona che non le dia un nome tutto suo, che non ci aggiunga un qualche ingrediente particolare o che perfino non cambi modalità di cottura.

È proprio quest’ultimo aspetto che genera più disorientamento: per alcuni quella all’anice è in effetti una ciambella, ma per altri è un biscotto, perché in alcune zone viene cotta due volte (bis-cotto): prima bollita e poi cotta al forno. Inoltre, poiché sono preparate specialmente in occasione delle feste patronali, nei vari paesi assumono il nome del santo patrono locale, dando così l’impressione di essere cose disparatissime tra di loro; infatti abbiamo: i biscotti di S. Anselmo a Bomarzo, i biscotti dei SS. Martini a Tuscania, i biscotti di S. Antonio a Soriano ed Acquapendente. Il bello è che questi appena citati, pur essendo chiamati biscotti, a rigore non lo sono, perché sono cotti una volta sola. Al contrario, in altri casi come quelli di Marta e Bagnaia, pur essendo cotti due volti, sono chiamati semplicemente ciambelle. Insomma, una gran confusione.

In tutto questo marasma quantico-linguistico, almeno due cose sono certe (e una delle due, pensate, non è il buco al centro: non sempre c'è...): la prima sono i semi d'anice, che si trovano in tutte le possibili varianti locali, la seconda è che le ciambelle all’anice sono deliziose: davvero uno dei sapori più tipici e antichi della Tuscia, che non potete per alcuna ragione perdervi; del resto, sono facilmente reperibili in ogni periodo dell’anno, specie nei forni.

Sì, ma considerato il caos linguistico in balia del quale si trova questo dolce, cosa dobbiamo chiedere di preciso al fornaio o al pasticcere? Dobbiamo forse limitarci a indicare con il dito ciò che vogliamo? No, vi basterà chiedere una ciambella all’anice e sarete compresi, e comunque scusati.

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22 aprile 2016: “Non ti scordar di te”

21/04/2016

Domani, 22 aprile, Prima Giornata Nazionale per la Salute della Donna, l’Hotel Salus Terme ospiterà “Non ti scordar di te”, un intero giorno dedicato alla conoscenza di temi riguardanti la salute femminile e alla raccolta dei fondi necessari per donare un bisturi elettrico alla Breast Unit del reparto di Senologia dell’Ospedale “Belcolle” di Viterbo. Grazie all’ampia e appassionata collaborazione d’importanti associazioni e realtà locali (Tuscia Events, Beatrice onlus, Soroptimist, Fidapa, Asl e Comune di Viterbo, nonché varie aziende della Tuscia), questa sarà una giornata davvero densa di eventi.

Si comincerà alle 10.30 con ingresso ai nostri servizi termali e lunch a prezzo ridotto. Poi, dalle 15.30, dopo l’inaugurazione ufficiale, seguiranno una serie di approfondimenti con medici ed esperti del settore su diversi temi: dalla sessualità nella coppia dopo il cancro all’autopalpazione, alla corretta alimentazione per la prevenzione. Infine, alle 20.30, daremo il via alla cena a base di prodotti locali per la raccolta fondi, accompagnata da musica e da un défilé di moda cui parteciperanno anche donne operate al seno.

Avete presente quel delizioso fiorellino che chiamiamo “nontiscordardimé”? Il suo nome viene da una leggenda molto bella, molto dolce. Dopo averli creati, Dio stava dando un nome a tutti i fiori. E tra gli altri c’era anche questo fiore blu, piccolo, piccolissimo, in attesa di sapere come si sarebbe chiamato. Aspetta e riaspetta, ma il suo turno non arrivava mai. Certo, prima venivano fiori ben più splendidi di lui: la sublime rosa, l’aristocratica orchidea, l’immacolato giglio. “E se si dimenticasse di me? E se restassi senza nome? Piccolo come sono, neanche esisterei per gli altri…” si tormentava il povero fiorellino. Così, arrivato al colmo dell’ansia e della disperazione, il nostro piccolo fiore gridò a Dio con tutta la sua vocina sottile: “Signore, ti prego, Signore! Non ti scordar di me!”. E il Signore: “Ecco, sia questo il tuo nome”.

Noi pensiamo che le cose stiano proprio in questi termini, pensiamo che il nostro grido per non essere dimenticate ci abbia già in sé salvate da ogni oblio.


Si richiede gentilmente la prenotazione, che potrete effettuare chiamando questo numero: 0761 1970000

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Un'altra città che muore

15/04/2016

La “città che muore”. Cosa vi viene in mente? Civita di Bagnoregio. D’accordo, la risposta è giusta ma incompleta, perché nella provincia di Viterbo le città che muoiono sono ben due: l’arcinota Civita di Bagnoregio, appunto, e l’assai meno nota, ma non meno affascinante, Calcata. È proprio questa che oggi vorremmo invitarvi a visitare.

Per quale motivo, però, Calcata è meno conosciuta di Civita? Mah, di certo non perché sia meno morente dell’altra. Anzi, per certi versi Calcata è andata più vicina a morire di quanto non ci sia mai andata Civita. Il fatto è che Calcata, come la sua più famosa collega di decadenza, sorge anch’essa su uno sperone di roccia tufacea a strapiombo su una valle (quella del fiume Treja) ed è anch’essa soggetta a frane e smottamenti dovuti alla naturale friabilità del tufo. Dagli ’30 del Novecento la popolazione residente cominciò ad esserne talmente allarmata da far le valigie e andarsene per stabilire su fondamenta decisamente più solide un altro insediamento detto “Calcata nuova”. Nel dopoguerra, considerata l’instabilità del borgo, le istituzioni (lungimiranti, non c’è che dire) ne decretarono l’abbattimento che, miracolosamente, fu evitato grazie a un cavillo burocratico (fortuna che la burocrazia ostacola tanto gli imbecilli quanto i saggi).

Poi vennero gli Anni ’60, e con loro i capelloni, i frikettoni, gli anarchici, insomma tutti quei giovani ribelli inclini alla sperimentazione artistica, all’amore libero, alla comunione con la natura e a un significativo consumo di sostanze psicotrope. Poco o niente interessanti ai problemi di quella parte della meccanica che va sotto il nome di “statica”, radicalmente avversi al sistema, critici spietati dell’alienazione dell’uomo a una dimensione delle grandi città, cominciarono a ripopolare questo piccolo borgo completamente abbandonato, tanto isolato da non essere mai stato coinvolto più di tanto nelle complicate vicende della civiltà umana. In effetti, Calcata ha avuto più grane dalla geologia che non dalla storia. La sua vicinanza a Roma (è una delle più estreme località del sud della provincia) unita alla sua stralunata e vertigionosa conformazione favorì questo travaso di sottoculture dalla Capitale, un esercito pittoresco e variegato che ripopolò e diede nuova vita a questa sorta di enorme menhir medievale.
 
Ora, sappiamo benissimo che la rivoluzione in grado di cambiare questo sporco mondo è fallita, e di certo non poteva partire da Calcata, dov’era stato già abbastanza difficile arrivare e stabilirsi. Però, la rivoluzione ebbe almeno il merito di restituire questo luogo unico della Tuscia falisca all’umanità, da cui tuttavia pare che l'ostinato genius locis di Calcata abbia sempre voluto prendere le più ampie distanze. Del resto, sapreste dargli torto?

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Passare la Pasqua

25/03/2016

Dobbiamo risorgere, risorgere tutti quanti, risorgere in fretta, dalla violenza, dalla paura, dall’insensatezza che in questi giorni ci hanno come seppelliti. Ecco, forse quest’anno, in questo particolare momento, non c’è bisogno di scrivere molto, ma non fraintendeteci: non siamo ammutoliti. Non lo siamo affatto.

Piuttosto, ora preferiamo limitarci a guardare fuori: è una bella giornata, finalmente. Questo sole giovane sta togliendo il grigiore invernale dalle cose: è la prima abbronzatura, un’abbronzatura ontologica, una leggera coloritura dell’essere che poi risalirà per strati successivi fino alla superficie della pelle. Per allora, sarà già estate.

Intanto, l’acqua che riempie le nostre piscine, tornando dalle profondità della terra cui ha sottratto calore e sostanze, produce un suono cristallino, un discorso tintinnante di monosillabi geologici, e intanto scorre: scorre in questo preciso istante come scorre da milioni di anni, da ben prima che ci fossimo noi.

Proprio quest’acqua, pensiamo, è la Pasqua, che in ebraico significa appunto “scorrere”, “passare”. Come quest’acqua, anche noi passiamo, passiamo da sempre, passiamo eternamente. Ma cosa significa, in fondo, passare da sempre? Significa non passare mai.

Passando, non passeremo. Questo è il nostro messaggio di auguri per voi. Dunque, buona Pasqua, amici!

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La ceramica di Civita Castellana

18/03/2016

In queste pagine ci vien sempre fatto di parlare di natura, cultura, arte, musica, insomma ci aggiriamo per lo più dalle parti del sublime, ma oggi concedeteci di parlare di industria, di industria a Viterbo: quella del distretto ceramico di Civita Castellana. Che poi è sempre un parlare di cultura, perché è anche così che la cultura si produce (e si conosce).

Non sappiamo quanta attendibilità abbia la notizia, ma pare che quando nel 2003 gli americani entrarono nel Palazzo presidenziale di Saddam Hussein, i favolosi arredi in oro dei suoi bagni fossero stati realizzati proprio a Civita Castellana. Potrebbe essere vero, dal momento che la ceramica civitonica è ampiamente attestata nelle più esclusive residenze arabe. Questo per dire quale livello di prestigio e di qualità abbia raggiunto la produzione del nostro distretto ceramico.

Non si tratta solo di materie prime, di tecnologie e di sistemi di produzione, ma anche di stile. Non a caso, nel 2014 il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, ha consegnato proprio ad un’azienda ceramica di Fabbrica di Roma, la “Cielo”, il Premio Eccellenze del Design nel Lazio, per via di una sua innovativa linea di orinatoi: Slot, Ball e Mini Ball. Già, orinatoi. Non c’è nulla di strano: del resto, è proprio con un orinatoio che Duchamp ha cambiato la storia dell’arte.

Proprio questo è in effetti l’ambito in cui è specializzato il distretto ceramico viterbese: sanitari, piastrelle, accessori da bagno, stoviglierie e, più in generale, oggetti d’arte. Se verrete a trovarci, sarà forse il caso di dare uno sguardo anche a questo versante della Tuscia, che vi riserverà senz’altro molte e illuminanti sorprese. E ci piace consigliarvelo, tanto più perché sappiamo quanto dura sia stata la crisi economica per queste nostre aziende, quante persone, quante famiglie ne hanno sofferto. La loro storia, le loro capacità professionali, la loro eccellenza meritano d’essere sostenute e promosse. È una questione di futuro, di qualità del futuro.

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Il movimento delle donne

04/03/2016

Si fa presto a dire donna (in effetti, è una parola piuttosto breve). Ma cos’è davvero “donna”, soprattutto oggi che tante volte, per farsi valere, la donna è costretta a essere più uomo degli uomini?

Noi, intanto, qui al Salus abbiamo predisposto per l’8 marzo un’apposita offerta, “Relax tra amiche”, perché pensiamo che la donna possa essere se stessa, cioè possa conquistare una più limpida consapevolezza di sé, proprio stando con altre donne; in altri termini, che non sia l’uomo il redde rationem femminile, nella misura cui fin troppe volte la donna ha dovuto dar conto all’uomo di se stessa, uscendone quanto meno equivocata.

Ci viene in mente una pagina rivelatrice del Diario di Etty Hillesum, giovane e colta ebrea olandese, che avrebbe finito i propri giorni ad Auschwitz, a soli 29 anni, con la Bibbia e il suo amato Rilke sotto il cuscino, con un’incrollabile voglia di vivere e con la certezza drammaticamente conquistata che solo nella bellezza fosse possibile al genere umano salvarsi e rigenerarsi.

Dunque, in questa pagina del suo Diario, quando è ancora abbastanza lontana dai giorni finali della propria tragica prigionia, Etty scrive di sentirsi più matura, perché il suo metodo è sostanzialmente cambiato: in precedenza, prima leggeva Hegel, e dopo attendeva alle faccende domestiche; ora, invece, prima rammenda le calze, e solo dopo legge Hegel. Così facendo, le sembra di aver capito quale sia la vera direzione, il movimento più autentico della vita: dal basso verso l’alto, di modo che ciò che sta in alto sia prefigurato e trovato in ciò che sta in basso, che a sua volta, per questa via, sarà intessuto d'assoluto e, per ciò stesso, redento da ogni abiezione o da ogni noia.

Ecco, ci pare che questo fondare Hegel sul rammendo delle calze possa essere un contributo di sconcertante femminilità a questo prossimo 8 marzo.

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Pianoscarano: una fenomenologia medievale

25/02/2016

“Squara”: un termine longobardo, significa “schiera”, perché era la zona di Viterbo in cui si accampava la soldataglia germanica. Squara è poi diventato Scarlano, e poi ancora Scarano, infine Pianoscarano, uno dei quartieri più singolari della nostra città. Perché Pianoscarano è interamente, radicalmente, medievale come tutto il resto, e tuttavia eccentrico: lo è in senso letterale, un posto di lato al centro cui è legato da un reticolo di vicoli stretti e contorti, che conducono al Ponte del Paradosso, l’unica via d’accesso diretta al quartiere da dentro la città; si potrebbe dire che ci si arriva per capillarità.

In effetti, attraversato il Ponte del Paradosso, l’impressione è paradossale, come se ci trovassimo non davanti a un quartiere di Viterbo bensì a un suo satellite, pur ricompreso all’interno delle mura cittadine che lo delimitano con imponenza, imponenza che contrasta con la minuta e sghemba architettura popolare spesso d’epoca medievale. Ciò è dovuto alle sue origini, che vedono già nell’Alto Medioevo la presenza di piccoli insediamenti in quello che era ancora un suburbio rurale: il Vico Squarano, il Vico Squinzano, il Vico Antoniano e il Castello di Sonza.

Infine, nel 1148, il Comune acquistò il terreno dai monaci di Farfa e il quartiere cominciò a formarsi, venendo poi incluso nella cinta muraria. Vi restò impressa, tuttavia, una sorta d’impronta di separatezza, nel senso che Pianoscarno somiglia a Viterbo ma non è esattamente Viterbo. Per certi versi, ne esprime la quintessenza, eppure la tradisce. Qui, il Medioevo si fa meno severo e solenne, si bagna maggiormente di luce e di allegria, di vitalità e di umanità. L’eco lontanissima dell’universalismo di quell’età cede il passo alla vita d’ogni giorno, alla pratica dei mestieri, agli affari del quotidiano, alla semplicità degli umili.

Da vedere sono le chiese di San Carlo e di Sant’Andrea, e la fontana del Piano cui fa capo, a settembre, il Palio delle Botti, del quale magari parleremo in un prossimo post. Ma al di là dei singoli monumenti, Pianoscarano è soprattutto un’atmosfera, una filosofia di vita, un lontanissimo passato che si riattualizza ogni giorno nella normalità rituale di una vita che sembra ancora lenta e sostenibile, ancora a misura d’uomo.

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La selva del Lamone

19/02/2016

Il lato più selvaggio di Viterbo: ai confini con la Toscana, la Selva del Lamone è realmente l’altro lato della luna, il nostro passaggio a Nord-Ovest, uno degli angoli più riposti e incontaminati del Lazio. Boschi di cerri a tratti impenetrabili, gallerie di salici, ontani e pioppi lungo il corso del fiume Olpeta, resti archeologici dell’età del Bronzo, necropoli etrusche, siti medievali e, proprio ai bordi del bosco, la deliziosa abbazia cistercense di Santa Maria di Sala, restaurata tra il 2013 e il 2014.

Potremmo dimenticarci delle incombenze, delle agende, delle scadenze, delle password, degli appuntamenti, delle riunioni, delle macchine in coda al semaforo. Potremmo dimenticarci di esserci spinti un po’ troppo in là con il nostro ordine disordinato e inconcludente e tornare a qualcosa di più essenziale, a qualcosa che esiste a dispetto di ogni nostro futile ufficio, qualcosa in grado di esprimere maestà, imponenza, purezza e bellezza: la Selva del Lamone.

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San Valentino delle stelle

12/02/2016

San Valentino si avvicina alla velocità della luce e non servono tunnel di sei chilometri attraversati da fasci di raggi laser per intercettare l’evento: a tal scopo è sufficiente un semplice calendario appeso al muro. E comunque, noi siamo pronti. Quest’anno abbiamo avuto l’idea di donare una sinastria alle coppie che passeranno con noi questo giorno speciale. Già, una sinastria… D’accordo, il termine è un po’ esoterico, ma vediamo di spiegarlo brevemente.

La sinastria è un metodo astrologico per studiare la relazione tra due persone attraverso la comparazione dei loro temi natali: osservando in quali case del tema natale dell’una si trovano i pianeti dell’altra è possibile stabilire come interagiranno i campi energetici delle due. Si tratta in generale di vedere se e quanta armonia sia presente nella configurazione astrale della coppia.

A interrogare e interpretare i cieli dei nostri innamorati sarà il famoso astrologo Riccardo Sorrentino. La cosa ci sembra tanto più suggestiva all’indomani dell’eccezionale conferma sperimentale dell’esistenza delle onde gravitazionali ipotizzate da Einstein. È la prima volta che l’universo ci parla in modo così chiaro e distinto. Non che prima fosse silenzioso, piuttosto vi abbondava il cosiddetto rumore di fondo. Ma la novità eccezionale questa volta è che il suono delle onde gravitazionali non è appunto solo rumore, ma per certi versi un linguaggio che porta notizie dalle profondità più remote e oscure del tempo e della realtà.

Il cielo, dunque, ci parla e il 14 febbraio ci dirà con certezza che quanti si amano sono come onde che fin dal principio attraversano lo spazio e il tempo, ma senza deformarli, piuttosto ordinandoli al bene. 

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La Cannaiola, il vino degli innamorati

27/01/2016

San Valentino si avvicina e qui al Salus stiamo procurandoci tutto l’indispensabile per affrontarlo come si deve: un cielo tempestato di stelle, buone congiunzioni astrali, poetici vapori, calore, intimità. Ma se vi state chiedendo quale sia il vino migliore con cui brindare al vostro amore, il vino più adatto ad accompagnare i vostri sentimenti migliori, un’ottima risposta potrebbe essere la Cannaiola di Marta.

Un vino locale, vino del nostro territorio, la Cannaiola. I ricchi terreni vulcanici di Marta conferiscono all’uva  prodotta da questo vitigno un carattere particolarmente intenso. Portata in epoca medievale dalla zona del Chianti da qualche entusiasta monaco pellegrino, la Cannaiola si adattò splendidamente al clima dolce di Marta e alla sua terra fertile.

Ancora oggi se ne ricava un vino dal sapore amabile, paragonabile all’Aleatico, aromatico e persistente, con spiccati sentori di ciliegia selvatica e more. Ciliegia selvatica e more, capite? C’è qualcosa di più dolcemente erotico con cui riempire un calice di cristallo?

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Il Cinema "Pidocchietto"

08/01/2016

Viterbo ha conosciuto negli ultimi anni una gran moria di cinema, un fenomeno piuttosto triste che l’accomuna in pratica a tutte le altre città italiane. A prevalere ovunque (e, dunque, anche qui) sono stati i multisala, che se da un lato offrono tecnologia di proiezione e comfort di sala senz’altro più elevati, dall’altro sono alquanto omologanti quanto alla programmazione offerta e, nel complesso, non possono non ricordarci dei grandi e impersonali centri commerciali, anche questi prevalenti sui piccoli negozi al dettaglio. Sembra che la nostra società sia diventata un enorme imbuto in cui finiamo per cadere tutti, in modo da essere raccolti e smistati come altri meglio credono.

Non sarà male, allora, ricordare un’antica gloria popolare del panorama cinematografico viterbese: il “Pidocchietto” di via Cavour, in pieno centro. Naturalmente non si chiamava così, in realtà si chiamava Cinema “San Leonardo”, ma tutti lo conoscevano come cinema “Pidocchietto”, perché vi si davano solo film in seconda, terza, quarta o quinta visione. Ciò lo rendeva particolarmente economico, perfetto per chi riteneva che veder passare delle immagini su una parete non fosse attività così seria da meritarsi particolari esborsi di denaro o per chi, pur tenendo per sacra la settima arte, non disponeva di sufficienti risorse economiche da dedicarle. E in ogni caso, aveva un suo perché sedersi al “Pidocchietto” per vedere quel che la maggior parte degli altri aveva già visto: era un modo per ritardare la comparsa del già-visto, del già-sentito, un po' come essere giovani dopo, invecchiare più tardi.

Che fine ha fatto il “Pidocchietto”? Non esiste più, ovviamente. Ma, se non altro, la sua parabola è stata meno malinconica di quella di tanti altri cinema chiusi e abbandonati a se stessi, nel degrado e nell’inutilizzo. Il “Pidocchietto”, infatti, è diventato un teatro, il Teatro “San Leonardo”, che tuttora svolge regolare stagione. Una bella rivalsa per questo cinema dei "poveretti", non trovate?

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Dieci propositi per il 2016

30/12/2015

1. Assaporare di più la poesia di quando, durante i pleniluni, dalle nostre piscine si leva il vapore delle acque e tutto sembra aleggiare e dispersi in un tempo immoto.

2. Pensare in grande, progettare cose mai più piccole del mare.

3. Pensare che l’imperfezione è solo il residuo di un capolavoro.

4. Assecondare il tempo, non lottarci contro.

5. Non stancarsi mai di togliere polvere dalle cose e dallo spirito.

6. Non sottovalutare alcuno sguardo, non sopravalutare alcuna parola.

7. Indicare il dito che indica la luna, perché spesso è più bello della luna stessa.

8. Rinnovarsi, scorrere, andare, venire: preferire l’atto al fatto.

9. Accogliere tutti, dal momento che tutti abbiamo bisogno d'essere accolti: per nessuno è così ovvio esserci.

10. Fare musica: quando fai musica, non puoi comunque sbagliare.

Forse, non serve aggiungere altro. E allora, non ci resta che augurarvi di cuore un felice, intenso e fortunato 2016!

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L'eccellenza del Natale

22/12/2015

Ormai è ufficialmente certificato: l’Hotel Salus Terme è una struttura d’eccellenza. A dichiararlo è TripAdvisor, che ci ha rilasciato il suo apposito Certificato. Sapete, non è proprio uno scherzo ottenerlo. Croce e delizia d’ogni albergatore, TripAdvisor è il più severo dei tribunali. Dunque, grazie a tutti voi, nostri cari ospiti e recensori, tanto per gli apprezzamenti quanto per le critiche, di cui abbiamo sempre fatto tesoro per tentare di migliorarci.

Così veniamo al Natale, che a sua volta viene a noi come una valanga di luminarie, di brillantini, d’abeti, di stelle, di dolci, di renne, di pacchi, di barbe bianche, di nastri d’oro. Sprofondati fino ai capelli in tutte queste cose graziosissime, finiamo per assumere la stessa consistenza dello zucchero filato, per annegare imprigionati dentro una di quelle ampolle che, se le capovolgete, nevica su una romantica casetta di legno sperduta nella più incantevole delle brughiere.

Per spazzar via questa sazietà ipercalorica, questa sorta d'albume montato a noia, sarà meglio richiamarci alla vera potenza metafisica del Natale, all’evento escatologico che sposta l’asse del tempo e ridisegna la trama del cosmo: l’incarnazione di un Dio eterno e assoluto, creatore di mondi, Signore degli eserciti, impronunciabile, irresistibile e onnipotente. Tutta questa infinita maestà si comunica e si umanizza in un bambino, si ribalta nella fragilità, nella debolezza, nell’esposizione, nel bisogno, nella piccolezza, nell'indigenza. Il Natale consiste proprio in questo misterioso, scandaloso, paradosso d’amore. Ecco, ora possiamo porgervi i nostri auguri di un felice Natale, certi che suoneranno nel modo più appropriato.

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Ponte dell’Arcobaleno: metafisica di Vulci

04/12/2015

A Vulci ci si può andare per tanti motivi diversi: per gli etruschi e la loro vasta e magnifica necropoli; per il suo castello del XIII sec., detto la Badia; e ancora, per il suo ponte che nel III a.C. fu edificato dai romani su pilastri etruschi. Ecco, noi oggi ci andiamo per questo ponte.

Alcuni lo chiamano il “Ponte del Diavolo”, ma che paura! Meglio, allora, la versione di quanti lo chiamano il “Ponte dell’Arcobaleno”. Chiamatelo pure come vi pare, perché tanto, quando lo vedrete, vi mancheranno le parole e dimeticherete ogni definizione. Il vocabolario vi volerà via dalle mani (o dalla testa), cadrà per trenta metri e, infine, si tufferà nella gola di pietra plasticamente levigata dal Fiora. Poi, il fiume provvederà a trasportare le vostre parole fino al mare, dove le onde le sillaberanno a modo loro, compilando così nuovi vocabolari, per lo più incomprensibili agli esseri umani, ponderose raccolte di lemmi ad uso e consumo degli abissi.

In effetti, percorrere il ponte di Vulci è uno dei modi più efficaci noti a chi vi scrive per contribuire alla metafisica (e chi non ha mai desiderato almeno una volta nella vita di contribuirvi?). Se, come diceva Heidegger, il ponte è ciò che fa di due sponde un luogo, allora il luogo istituito dal Ponte dell’Arcobaleno dev’essere qualcosa tipo il VI Cielo dantesco, quello di Giove, mosso dalle Dominazioni, il cielo dove gli spiriti beati appaiono come uno stormo di uccelli che, cantando, si dispongono agli occhi del poeta in forma di lettere.

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La Notte Bianca alle Terme

20/11/2015

Notte e terme: proviamo a rifletterci. Cosa hanno in comune? Anzitutto, il buio. Le acque termali sgorgano dalle viscere della terra, dopo essersi arricchite di sostanze e calore lungo contorti percorsi nel sottosuolo. Uscendo alla luce, entrano in un mondo nuovo, si colorano, brillano, esibiscono una trasparenza complicata da bollori e particelle in sospensione. Ma quando capita che sgorghino di notte, è ancora il buio che le accoglie, così che passano da una tenebra all’altra e noi abbiamo la possibilità di capire meglio il mondo sconosciuto dal quale provengono, di esserne coinvolti senza, per ciò stesso, sprofondarvi. Le terme, di notte, sono un’esperienza più vicina alla realtà in cui ci stiamo bagnando, sono un’esperienza più radicale o, se non altro, più appropriata.

Ecco, dunque, che la Notte Bianca alle Terme, che si terrà domani, sabato 21 novembre, è un’iniziativa sacrosanta anzitutto dal punto di vista fenomenologico. Se il motto che vi guida nella vita è: “Alle cose!”, allora con la Notte Bianca alle Terme non fallirete il bersaglio e giungerete al cospetto della cosa stessa: le terme, appunto.

Non lasciatevi però ingannare dalle righe che avete appena letto: il nostro forte non è solo la teoresi, ma anche la pratica che pratichiamo, in verità, con gusto. Il gusto, per esempio, dell’olio nuovo, del miglior olio nuovo, orgoglio della Tuscia. Da qui, appunto, "Orgolio" la cui edizione 2015 si terrà proprio nel nostro albergo, in occasione della Notte Bianca alle Terme. A cominciare da oggi, "Orgolio" vi permetterà, senza pregiudizio, di degustare olii locali d’eccezionale valore e d'inconfondibile personalità. E domani, mentre il vostro olfatto e il vostro gusto saranno sollecitati fino alle estreme conseguenze da simili enciclopedie del sapere-sapore, anche l’udito avrà la sua parte, grazie agli interventi musicali di Gianluca Sole.

E poi, naturalmente, terme fino a notte fonda con uno speciale ingresso notturno alla nostra VitaSpa, dalle 21.30 all'1.00, e il “Percorso EnoOlioTerapico” che si snoderà come segue: Calidarium termale in Grotta Etrusca, vasca termale Menerva, vasca salina Nethuns, vasca termale San Valentino, Percorso Kneipp, Sauna Finlandese con vasca di reazione Evan, sale relax con degustazioni. Non sembra anche a voi che questo percorso sia la summa dell’intera Notte Bianca alle Terme, un po’ come il pensiero di Tommaso d’Aquino è la summa di tutta la teologia medievale?

Per informazioni e prenotazioni (che vi ricordiamo essere obbligatorie) è possibile contattare i numeri: 0761.1970409 – 0761.1970000.

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La sbroscia: breve storia di un pescatore

12/11/2015

Sì, può sembrare romantico, ma non lo è: è solo un lavoro, e pure durissimo. Quello del pescatore, intendiamo. L’espressione “marinaio d’acqua dolce”, poi, è ingiusta: ci provi chiunque a stare in mezzo al lago con la tramontana che strappa la pelle, con le dita gelate dall’acqua, con il sole che fa irrancidire la pelle, con i pesci che mangiano il tempo e la vita di chi li pesca, a piccoli bocconi, ogni giorno, come una sottile vendetta. E poi, sull’acqua dolce si galleggia di meno che sull’acqua del mare. Si può andare a fondo in un attimo e, sapete, ci si affoga benissimo lo stesso. Infine, il lago è pazzo: può imbruttire in un attimo e allora tornare a riva richiede una certa dose di bravura e fortuna. Quello di Bolsena è il lago vulcanico più grande d’Europa, le distanze non sono brevi. Perché è segnatamente dei pescatori del Lago di Bolsena che oggi vogliamo parlare, di loro e di una ricetta di loro invenzione: la sbroscia.

Allora, dicevamo che fare il pescatore sul Lago di Bolsena non è affatto una passeggiata. Bisogna immaginarselo, allora, il nostro pescatore che si è alzato prestissimo. Una mattina tersa ma gelida, le folaghe nuotavano sulla superficie immobile dell’acqua nei riflessi accecanti dell’alba, il nostro pescatore le guardava di sfuggita e pensava che quelle bestie, mortacci loro, non hanno mai freddo: come faranno? Lui, invece, ne ha sempre: non c’è modo di difendersi del tutto dal vento. L’uomo sull’acqua è sostanzialmente indifeso. Ora ha rimesso i piedi a terra e c’è sempre del sollievo in questo, è sempre come tornare a far parte dell’umanità, dopo essersene allontanati un po’. Ha tirato con fatica la barca in secca: pesano dannatamente le barche, sono cose goffe e morte fuori dall’acqua.

Il nostro pescatore si sente stanco e vuoto, si sente debole e ha una gran fame. Ha pescato qualche coregone, qualche tinca e due persici. Non è granché ma qualcosa può ricavarci lo stesso, anche se ora toglie dal bottino un coregone e una tinca e se li tiene per sé. Li pulisce sulla riva e torna nella sua casetta. Mette sul fuoco un tegame di coccio con un po’ d’olio d’oliva, aglio, cipolla e l’immancabile mentuccia. La mentuccia dà sapore a ogni cosa, la mentuccia è proprio una benedizione di nostro Signore. Intanto taglia due patate, del pomodoro, i pesci, e li butta tutti insieme nel soffritto: lo fa pensando alle folaghe all’alba, mentre il fuoco comincia finalmente a scaldargli le ossa.

Dopo qualche minuto, prende un secchio pieno d’acqua di lago, l’acqua su cui galleggia da una vita, e ne versa circa un litro nel tegame. Poi, guarda il lago in miniatura che si è formato nel tegame, lago aromatico e squisito, lago i cui pesci sono esche per l’uomo. Lascia cuocere per quarantacinque minuti, seduto vicino alla finestra. Gli si chiudono gli occhi, sogna qualcosa, forse è la moglie morta qualche tempo prima, forse lo rimprovera per qualcosa, lo rimprovera come al solito, lui non la capisce bene, come al solito, comunque non se lo ricorda più, quando si risveglia di colpo.

Corre al tegame: per quanto tempo si è addormentato? Che si sia tutto rinseccolito? No, va bene, è pronto, è perfetto. Prende una scodella, ci mette il pane raffermo che ha nella madia e ci versa sopra la sbroscia. Un filo d’olio a crudo e comincia mangiare. E, mentre mangia, pensa. Pensa ai pesci che deve ancora vendere, pensa alla moglie che ha lasciato la casa così fredda, pensa alle folaghe, mortacci loro.

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Il belvedere di via della Ripa a Tarquinia

06/11/2015

Chi viene a Viterbo non può non visitare l’immenso patrimonio archeologico che si trova conservato nell’etrusca Tarquinia. Il nome stesso del nostro territorio, Tuscia, viene dal latino tuscus, che significa “etrusco”. Ignorare luoghi come Tarquinia o Vulci equivale, dunque, a farsi sfuggire l’essenza più profonda di questa terra, ciò che le ha originariamente impresso un carattere suo proprio, inconfondibile.

Di un simile tesoro storico e artistico dovremo prima o poi certamente occuparci anche sulle pagine di questo blog. Ma non oggi. Oggi, complice questa giornata inaspettatamente tersa e mite, ripulita dalle nuvole, attraversabile da parte a parte con lo sguardo, l'istinto è rivolgerci all’orizzonte, sporgerci da altezze vertiginose, scioglierci i capelli e affidarli al vento. Oggi, la prima cosa che ci viene in mente di fare è guardare il mondo da un belvedere, specie da quello che si trova a Tarquinia, in via della Ripa.

Tarquinia non è infatti preziosa soltanto per gli etruschi. Tarquinia è anche uno delizioso centro medievale, caratterizzato dalle sue numerose torri, dalle poderose mura e da solenni edifici sacri. A quell’epoca si chiamava Corneto (Dante la cita con questo nome nella Commedia) e in verità è così che si è chiamata per lunghissimo tempo, almeno fin quando il Fascismo pensò di ripristinare l’antico nome latino Tarquinia sulla scia della propria retorica imperiale.

Ma si trattò di una forzatura, perché Corneto, l’attuale Tarquinia, era sorta nell’VIII secolo d.C. in un sito diverso dall’originale città etrusca, la sola cui spettasse propriamente il nome di Tarquinia. Per gli abitanti del posto “Tarquinia” era solo un toponimo antico, relativo a un luogo vicino ma diverso, di cui ormai non restavano che tombe. Da sempre esistita in modo distinto e separato rispetto a Tarquinia, Corneto era nata su un’altura (La Civita) da cui si dominava da un lato l’orizzonte marino e, dall’altro, l’entroterra con le sue dolci colline. Ecco perché Corneto/Tarquinia è anche una città di meravigliosi belvedere, il più bello dei quali è quello di via della Ripa.

Nonostante l’altezza, lo spettatore più che un senso di vertigine sperimenterà una sensazione di perfetta, cullante, libertà. Aprendosi sui fianchi perfettamente lisci delle colline sottostanti, lo sguardo è come se rimbalzasse per chilometri e chilometri in un gioco di salite e discese armoniose. Non si tratta di montagne russe, ma del volo elegante di un gabbiano che pare immobile quando le calde correnti ascensionali lo sostengono inchiodandolo alla fissità del cielo: sono i rari istanti d’equilibrio in cui dal seno agitato del divenire si genera permanenza. Lo spiegano bene questi versi di Vicenzo Cardarelli, poeta tarquiniese, con cui qui ci piace concludere, versi opportunamente incisi sul libro di pietra che troverete sempre aperto sotto un cipresso del belvedere di via della Ripa:

Qui tutto è fermo,
incantato nel mio ricordo.
Anche il vento.

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La Torre di Pasolini

22/10/2015

“Ora io non sono più un letterato, / evito gli altri, non ho niente a che fare / coi loro premi e le loro stampe” scriveva Pier Paolo Pasolini nel suo poemetto autobiografico Il poeta delle Ceneri. La Torre di Chia, nei pressi di Soriano nel Cimino, fu il luogo in cui Pasolini, nell’ultimo tratto della propria vita, trasformò questa sdegnosa vocazione all’isolamento in un sistematico progetto di solitudine. Com’è noto, non c’è progetto esistenziale che, per realizzarsi, non abbia bisogno di un contesto architettonico adeguato.

A Chia Pasolini trovò quel contesto e, durante il restauro, diede forma alla sua idea di architettura come zona di trapasso tra la forma della costruzione e la forma della natura: ampie vetrate per indebolire la distinzione tra dentro e fuori; la camera da letto contigua alla studio, dove scrisse, senza poterlo terminare, il suo ultimo romanzo Petrolio; una stanza riservata a Susanna, l’adorata madre; una cucina minuscola, perché non gli interessava cucinare né sapeva farlo; mobili originali di gusto contemporaneo, divani in pelle, arazzi del Nepal e oggetti antichi. Una casa non proprio comoda quella voluta da Pasolini, che però là dentro non cercava il comfort, bensì l’urgenza di un pungolo, un letto di chiodi, la durezza dei tasti di una Olivetti Lettera 22. A Chia non voleva semplicemente abitare ma esserci, con tutto ciò che d’essenziale e scomodo questo comportava.

Pasolini scoprì la Torre nel 1964, durante un sopralluogo per le riprese del suo Vangelo secondo Matteo. Ne rimase fulgorato, lo definì: “il paesaggio più bello del mondo, dove l'Ariosto sarebbe impazzito di gioia nel vedersi ricreato con tanta innocenza di querce, colli, acque e botri”. Non gli fu semplice, però, acquistare quel rudere medievale: l’impresa gli riuscì solo nel 1970. Cinque anni più tardi sarebbe stato massacrato all’Idroscalo di Ostia, nel paesaggio più brutto del mondo, dove l’Ariosto non era nemmeno pensabile, né fu presumibilmente pensato quella notte del 2 novembre 1975.

Non fosse andata a quel modo (e chissà, poi, com’è davvero andata), oggi Pasolini avrebbe 93 anni e noi avremmo ancora percorso quel mezzo chilometro di bosco per arrivare sotto la sua Torre, nella speranza di scorgerne il volto scavato e ingrinzito da contadino dell’anteguerra. Lo avremmo intravisto dietro una vetrata, a verificare con cura l’assenza nei dintorni del mondo alienato che aveva profetizzato, come Noè dal ponte della sua Arca indovinava nel silenzio che aleggiava sulle acque del Diluvio l’impronta del mondo che era stato e, insieme, la forma di quello che sarebbe stato.

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La Valle dei Calanchi

16/10/2015

A Civita di Bagnoregio la Bellezza voleva esserci a tutti i costi. Non c’è stato niente da fare, non ha sentito ragioni, e vi si è riversata con una profusione che, se non si trattasse di Bellezza, sarebbe forse il caso di definire “sperpero”. Ma la Bellezza, appunto, non è mai sprecata, non eccede mai la misura e il limite che, del resto, lei stessa inopinatamente si dà. La Bellezza è quel particolare stato di cose che non potrebbe essere altrimenti da com’è.

Allora, Civita di Bagnoregio non è soltanto un incantevole borgo che ha aggiunto alla sua splendida posizione, alla sua romantica architettura, anche le surreali invenzioni di un processo erosivo che la destruttura in forme semi-umane o semi-naturali. Civita di Bagnoregio è anche l’incanto del paesaggio lunare sopra il quale vive sospesa come una libellula dalle ali mangiate. Questo paesaggio è la Valle dei Calanchi.

Cosa sono i calanchi? Sono piccole valli giustapposte con elevate pendenze, prive di vegetazione, separate tra di loro da creste sottilissime. Le pareti sono percorse verticalmente da una fitta rete di solchi formati dall’acqua che vi defluisce e che conferisce a queste formazioni l’aspetto come di una carta arricciata. In continua trasformazione per via dell’erosione cui vanno soggetti, i calanchi sono un pezzo di luna caduto sulla terra. Sono specchi ideali per ogni tipo di luce: incandescenti al tramonto, vividi e abbaglianti nelle giornate più terse, immateriali e diafani durante i pleniluni come le creste fosforescenti delle onde di notte.

La Valle dei Calanchi è un posto che sta in basso, ma che pure si percepisce sempre in alto, sempre svettante, sovrastante, soverchiante. Perché? Perché è il posto in cui la luce s’è fatta pietra e la pietra s’è fatta luce. Al che, non possiamo non citare, per assonanza e consonanza, uno splendido verso di Octavio Paz tratto dal suo pometto in endecasillabi intitolato Pietra di sole: “è sempre la prima notte, è sempre il primo giorno / il mondo nasce, quando due si baciano”. Questo senso di erotica natività, di edenica scaturigine: ecco cos’è la Valle dei Calanchi.

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Il pane sciapo della Tuscia

08/10/2015

Non aspettatevi un post gastronomico: quello del pane sciapo è piuttosto un tema antropologico, una questione che investe i fondamenti stessi del nostro stare al mondo.

Un chiarimento, tanto per cominciare: il pane che mangerete a Viterbo è senza sale, a Viterbo come nel resto della Tuscia. “Sciocco”, d’altronde, è anche il pane della Toscana (fanno eccezione Lucca, Massa e Carrara, dove il pane è salato), dell’Umbria e delle Marche (ma qui con numerosi distinguo). Sull’origine storica del pane sciapo, poi, circolano molte ipotesi ma poche certezze. La spiegazione più diffusa lo vuol far risalire al 1540, quando le tasse papali sul sale furono inasprite a tal punto che, per risparmiare, si preferì non aggiungerlo più al pane. Non tutto il male vien per nuocere, è proprio il caso di dire. Infatti, il pane sciapo, pur sciocco come uno che non abbia sale in zucca, piacque tanto che si continuò a farlo così.

Sta di fatto che per noi viterbesi il pane è senza sale. Non che non ci piaccia anche quello salato, intendiamoci; è solo una questione d’abitudine, un sapore che abbiamo ereditato dai padri dei nostri padri, attraverso i secoli, sicché il nostro DNA si è modificato di conseguenza, e il gene preposto al pane attiva la sintesi di una qualche proteina che ci induce a rifiutare il sale come ingrediente del pane. Lo sappiamo, non si tratta di una spiegazione scientificamente attendibile; anzi, per dirla tutta, questa spiegazione di scientifico ha solo il ricorso, irritante e approssimativo, a qualche termine da settimanale divulgativo. Serva almeno a darvi un’idea di quanto sia radicata sulle nostre tavole la presenza del pane sciapo.

Ma cos’era all’inizio tutto quel parlare di questioni antropologiche generali? Forse si intendeva dire che voi della Tuscia siete gente sciapa e sciocca come il pane di cui vi cibate? No, chiaramente. Noi della Tuscia non mettiamo sale nel pane, solo perché preferiamo metterlo altrove. Lo mettiamo nell’amore, nell’amicizia, nella cultura e in tante altre cose che facciamo o pensiamo: capirete che per il pane non ce ne resta mai abbastanza. Qui nella Tuscia la vita è salace, come uno dalla cui bocca non usciranno mai dette cose sciocche.

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Jazz e funghi

25/09/2015

È da molto tempo ormai che il nostro albergo collabora con gli amici di JazzUp. La musica, la buona musica, ci scorre nelle vene come acqua termale: ci scalda, ci fa restare giovani e belli, ci fa sentire uniti alla terra, al cielo, al passato più remoto, al futuro più posteriore, in pratica al mondo intero in ogni sua dimensione e declinazione.

Per questo (e non ci sembra affatto poco) consigliamo ai nostri ospiti di fare una visita a “Vini & Porcini”, a Cura di Vetralla: una tre giorni, che inizia stasera e si concluderà domenica 27 settembre, all’insegna dei funghi porcini (che qui rappresentano non solo una tradizione, ma un vero modus vivendi), di ottimo vino locale e di prodotti bio.

Il viaggio è davvero breve, appena 12 chilometri, e ne vale davvero la pena. Per l’allegria della festa, per la bontà dei prodotti che potrete gustare e, appunto, per la vera musica che potrete ascoltare nello Spazio JazzUp. Ogni sera in questo Spazio, che in realtà è un complesso spazio-tempo dove il tempo consiste essenzialmente in ritmo, si alterneranno musicisti di grandissimo valore i quali, come spesso avviene con il jazz, trasfigureranno le cose (che nelle sagre si presentano generalmente in forme particolarmente solide e mondane) in scorci onirici su mondi in cui i porcini, quando non sono loro stessi a parlare, sono comunque solenni troni per venerandi bruchi depositari di esoteriche conoscenze sapienziali.

Andate, dunque: jazz e funghi possono fare la storia della musica.


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Anguille alla Vernaccia

18/09/2015

Martino IV, eletto pontefice nell’ultimo conclave tenutosi a Viterbo nel 1281, non gode di ottima reputazione: per lo più, lo si giudica un debole, succube di Carlo d’Angiò cui doveva per intero la propria carriera, un perdente che nulla poté contro la storia e che niente conseguì sul piano politico. Ruppe con la Chiesa ortodossa senza una vera ragione, assediò Forlì e fu rovinosamente sconfitto, ordinò una crociata contro Pietro III d’Aragona e la crociata andò deserta. Né pienamente virtuoso né assolutamente corrotto, non fu che un personaggio mediocre, tanto che perfino a Dante non parve il caso di sprofondarlo nella gloria del suo grandioso Inferno, preferendo piuttosto destinarlo alla grigia e monotona espiazione del Purgatorio.

Eppure, dobbiamo ammetterlo, noi non abbiamo di Martino IV un’opinione altrettanto negativa. Anzi, a voler essere del tutto sinceri, lo ammiriamo apertamente e lo facciamo perfio oggetto di una moderata forma d’invidia, nella misura in cui ci pare che questo pontefice altrimenti negletto debba essere invece annoverato fra i pochi che a questo mondo sono stati baciati dal dono di una vera illuminazione. Quella di Freud, ad esempio, fu l’interpretazione dei sogni. Quella di Martino IV furono le anguille di Bolsena.

Le anguille di Bolsena: quanto le amò! D'un amore puro, entusiasta, incondizionato. Le anguille furono il vero senso della vita di Martino, ciò per cui il perdere un assedio, un regno, un esercito, il Paradiso stesso, poteva benissimo essere compensato e ricompreso sotto una forma di accettazione disincantata del mondo e delle sue sempre mutevoli fortune. Tanto, alla fine, c’è sempre un buon piatto di anguille alla Vernaccia che ci consola di quel che non abbiamo saputo fare, essendo dopotutto, e fin dal principio, impossibile farlo.

Pertanto, ci piace qui darvi la ricetta delle anguille alla Vernaccia "alla moda di Martino IV" non solo per il suo incontestabile valore storico-gastronomico, ma anche per la dolente saggezza epicurea che il piatto ci sembra esprimere.

Gli ingredienti sono: anguille del lago di Bolsena, Vernaccia, aglio, cipolla, strutto, brodo, farina, sale, pepe. Anzitutto, mettete a marinare nella Vernaccia le anguille, dopo averle pulite, spellate e tagliate a tocchetti. Finita la marinatura, con il fantasma di Martino IV che freme impaziente aleggiando nella vostra cucina, soffriggete i pezzi di anguilla nello strutto con aglio e cipolla, aggiungendo quindi un po’ della marinata e qualche mestolo di brodo. A fine cottura, non vi resta che salare, pepare e annaffiare l'anguilla con la salsa di Vernaccia che avrete ottenuto facendo addensare la marinata con della farina. Infine, servite l’anguilla ben calda, e buon appetito.

In conclusioine, permetteteci di raccomandarvi una sola cosa: mentre lo osserverete perlpessi divorare la sua porzione, abbiate almeno un po’ d’indulgenza verso il povero Martino IV, verso quest’uomo folgorato dalle anguille.

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La Sagra del Fungo Porcino di Oriolo Romano

11/09/2015

In hoc consistit verus amor”: è il motto che si legge nello stemma comunale di Oriolo Romano che, a dispetto del nome, è un paese della provincia di Viterbo, da cui dista una trentina di chilometri. In verità, lo stemma di Oriolo è quanto di più romantico possa trovarsi in araldica: raffigura un pellicano nel proprio nido che, per nutrire i suoi piccoli, si ferisce offrendo loro il proprio sangue. “In ciò consiste il vero amore”, appunto.

Se il carattere della gente d’Oriolo corrisponde anche in minima parte a un simile stemma, non dubitiamo che vi troverete bene in questo paese, che merita comunque d’essere visitato per via del suo bel centro storico cinque-seicentesco, della faggeta e delle cosiddette Olmate, viali alberati d’incantevole suggestione poetica.

Tanto più lo merita in questi giorni in cui vi si svolge la Sagra del Fungo Porcino (per la precisione: 11, 12, 13-18, 19 e 20 settembre). Quest’anno giunto alla sua dodicesima edizione, si tratta di un appuntamento ormai divenuto un punto di riferimento obbligato per tutti gli amanti di questo delizioso prodotto del bosco. Nella centralissima Piazza Umberto I, sullo sfondo di Palazzo Altieri e tutt’intorno alla splendida Fontana delle Picche, la Sagra è un evento che attira ogni anno un vasto pubblico in cerca di ottimi porcini e di piatti a base del rinomato fungo, nonché naturalmente di allegria e di festa.

L’organizzazione insiste molto sul fatto che il visitatore sarà stregato da “profumi ricchi, unici, fatti di aromi particolari”. Ebbene, non si tratta di un’esagerazione promozionale; in effetti, il senso maggiormente coinvolto dalla Sagra è proprio l’olfatto, sollecitato com’è dagli odori complessi, atavici, primordiali che si spandono dalle cucine e dai funghi stessi, odori che chiamano in causa parti antichissime di noi, una sorta di inconscio primordiale. Vi assicuriamo che si tratta di un profumo davvero commovente e, per molti versi, eccitante.

Il suillus come lo chiamavano gli antichi romani, per via del suo aspetto tozzo e massiccio. Il porcino, come lo chiamiamo noi, traducendo letteralmente il corrispondente termine latino. Nonostante il nome (o proprio grazie al nome), è comunque cosa tale da perderci la testa.


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Le Sette Chiese dei Facchini di Santa Rosa

28/08/2015

Se c’è una cosa di Viterbo che attira visitatori da ogni parte d’Italia e non solo, quella è il Trasporto della Macchina di Santa Rosa, che si svolge ogni anno la sera del 3 settembre. Un centinaio di uomini, detti Facchini, trasportano a spalla per le vie del centro storico una torre illuminata alta circa 30 metri e pesante circa 5 tonnellate. Ecco in pochissime parole cos’è il Trasporto e già basta per farvi un’idea dell’impresa in cui consiste, impresa che a chi non condividesse la devozione dei viterbesi per la propria santa patrona potrebbe addirittura sembrare irragionevole, se non proprio folle.

Destinati a una fatica tanto grande, si sarebbe tentati d’immaginare che i Facchini passino le ore che precedono il trasporto in assoluto riposo o impegnati a svolgere appositi esercizi preparatori. Sarebbe legittimo, tuttavia non accade nulla di tutto questo. Piuttosto, gli eroici Facchini si dedicano a un giro che li porta a piedi da una parte all’altra della città, cosa al termine della quale ognuno di noi si direbbe già abbastanza stanco da voler passare una tranquilla serata a casa davanti a un buon film. Invece loro, i Facchini, prendono e si caricano in spalla 5 tonnellate da portare a spasso per il centro di Viterbo. Il sospetto di follia, a questo punto, potrebbe essersi fatto ancora più forte, se non fosse che quegli uomini riescono puntualmente ad arrivare fino in fondo all’impresa, cioè a depositare la Macchina davanti al Santuario di Santa Rosa. Forse, allora, non si tratta di follia ma, a ben vedere, di passione.

Il giro di cui stiamo parlando va sotto il nome di Giro delle Sette Chiese: seguirlo può essere un modo davvero esaltante ed esaustivo per conoscere Viterbo. Senza soffermarci su ciascuna tappa, qui ci limiteremo a quelle, almeno secondo noi, più interessanti. Valga comunque la premessa generale che il Giro serve a mettere in comunione i Facchini con lo spirito dell’intera comunità che, ricevuti gli onori che le competono, è pronta a restituire energia e carica vitale a questi suoi veri eroi, ovunque nel loro pellegrinaggio accompagnati da applausi e grida d’incoraggiamento.

Anzitutto, ci piace ricordare la tappa a Piazza della Morte nella chiesa di Santa Giacinta Marescotti, dove i Facchini ricevono dalle suore di clausura una foglia di pungitopo, pianta con la quale la santa si flagellava e che ai Facchini ricorda il proprio personale pegno di sofferenza a Santa Rosa. Suggestiva è anche la sosta nella Chiesa della Santissima Trinità, dove tutti insieme cantano Mira al tuo popolo in onore della Madonna Liberatrice. La tappa per certi versi più intima è quella nel giardino del Convento dei Cappuccini dove i Facchini consumano una merenda e si intrattengono con i propri familiari: non è mai scontato che potranno rivedersi. Tant’è che l’ultima tappa è nella Chiesa di San Sisto, dove i Facchini ricevono dal Vescovo una speciale benedizione in articulo mortis, prima di infilarsi sotto l’immensa torre svettante cui sarà loro compito – compito di rilievo sia religioso che civile – dare infine movimento, cioè vita.


Per conoscere il percorso dettagliato del Giro delle Sette Chiese, clicca qui.

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Il Castello Orsini di Soriano nel Cimino

21/08/2015

Immaginate di percorrere i contorti vicoli medievali di un paese qual è Soriano nel Cimino, circondato da fitte e rigogliose faggete e da castagneti dall’aspetto millenario. Vicoli con pendenze da togliere il respiro, perché si inerpicano sulla collina che è il nucleo difensivo originario della cittadina. Qui ogni cosa è piccola e avviluppata su se stessa, le case affastellate, ogni prospettiva sembra chiudersi o spegnersi in un dedalo pietrificato di bivi e svolte, che vi intrappolano lo sguardo come una mosca dietro un vetro. Intanto, la salita si fa sempre più ripida, le gambe sono rigide, il fiato corto, vi chiedete se valga davvero la pena arrivare in cima. Forse, sarebbe stato meglio rimanere in pianura.

No, vi sbagliate; tenete duro ancora un poco, perché la vostra fatica sta per essere spazzata via da una visione impressionante, da una colossale solidificazione dell'idea stessa di Architettura: il Castello Orsini. Tanto era angusto e spezzato il paesaggio precedente, quanto ora, arrivati sotto il maschio, vi sentirete soverchiati da un gigante imperioso e assoluto, svettante in cielo, impossibile da abbracciare con un solo sguardo.

Come fosse un meteorite precipitato sulla cima di Soriano, il Castello Orsini è a metà tra una monumentale realizzazione architettonica e una smisurata concrezione geologica, in cui si sono lentamente depositati strati di lavoro umano e strati di apporti naturali. Se esiste a questo mondo una sproporzione davvero totale e incomponibile tra ciò che sta sopra e ciò che sta sotto, allora la troverete esemplificata dal Castello Orsini di Soriano e dal modo in cui sovrasta il paese, trasformando in proprie fondamenta ogni singolo mattone dell’abitato sottostante.

Ci sono, in effetti, strutture tanto grandiose da far credere che fondarle sia un compito che chiama in causa fino all’ultima fibra del mondo il quale, se esiste, esiste per fargli da pavimento. Il Castello Orsini ha proprio questa capacità di giustificare l’esistenza di tutte le cose, subordinandole a sé con l’urgenza autoritativa della propria imponenza e della propria fiera bellezza medievale. Ma per la proprietà transitiva, trovarvi a calcare questo luogo tanto poderoso significherà sentirvi a vostra volta fondati attraverso il castello dal mondo intero, ora radunato ai vostri piedi come un fedele alfiere del senso. Volete, dunque, che non valga la pena percorrere una breve salita, se il premio alla fine sarà una così ampia e compiuta giustificazione di sé?


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Ferragosto 2015 al Salus: assenzio e jazz

11/08/2015

È così facile cadere in situazioni sguaiate a Ferragosto! È proprio come osservava Pasolini: “Li ho visti, i cittadini italiani, li ho visti in folla a Ferragosto. Erano l’immagine della frenesia più insolente. Ponevano un tale impegno nel divertirsi a tutti i costi, che parevano in uno stato di ‘raptus’: era difficile non considerarli colpevolmente incoscienti”.

Al Salus, invece, il divertimento mantiene sempre una sua propria misura d’eleganza e consapevolezza, tale da lasciare nello spirito ragioni sufficienti per continuare a essere felici e sereni anche passata la festa: una scorta d’estate per quando sarà di nuovo inverno e allora dovremo tornare a occuparci a testa bassa delle cose di sempre.

Cominceremo il 13 agosto con una serata a tema bohémien dal titolo “La Fata Verde”, com’è anche chiamato l’assenzio per via del suo colore verde smeraldo e dell’aura magica che ne avvolge la leggenda. L’assenzio è infatti divenuto l’emblema stesso della vita scapigliata, scapestrata e dissipata di grandi artisti quali Baudelaire, Rimbaud, Van Gogh, Gauguin. In realtà, la scienza ha smentito la convizione che l’assenzio sia una formidabile droga allucinogena: gli effetti che ha sulla mente non sono diversi da quelli di un qualsiasi altro superalcolico. Ma, com’è noto, quel che conta è la suggestione, la stessa che il nostro chef cercherà di far passare nei piatti da lui pensati per la cena a tema, e che il pianoforte di Matteo Biscetti e la voce di Mariella Spadavecchia cercheranno di ricreare per voi, nel loro intervento musicale a bordo piscina. Sulle acque delle nostre Piscine di Mare aleggeranno allora i fantasmi tremolanti, sgangherati e agrodolci degli uomini e delle donne dei café-chantant.

Poi, in attesa che Ferragosto si compia anche quest’anno, la sera del 14 si terrà l’evento clou della nostra stagione estiva: il concerto di Greta Panettieri, appuntamento ufficiale di JazzUp Festival 2015. E a proposito di eleganza e consapevolezza, non ci viene in mente esempio più appropriato della voce di questa cantante ancora così giovane e già così matura. Una vita all’insegna della musica, quella di Greta.

Romana di nascita ma umbra d’adozione, dopo aver studiato violino per molti anni, ha cominciato a interessarsi al canto jazz, finendo per vincere nel 1998 una borsa di studio per la Berklee School di Boston. Tuttavia, arrivata a New York, invece di proseguire per Boston, ha deciso di fermarsi nella Grande Mela, la più smisurata delle maestre di canto. Immergendosi nella vitale e variegata scena jazz newyorkese, Greta è venuta a contatto tanto con il jazz classico quanto con la sperimentazione, tanto con gli standard quanto con la contaminazione. Tornata finalmente in Italia nel 2011, la sua voce ormai disponeva di una tale ricchezza emotiva e di tali e tante risorse tecniche da consentirle di affrontare, in un suo recente lavoro (Non gioco più), l’impegnativo (e insidioso) repertorio della canzone italiana degli anni ’60 e ’70 in una chiave jazz del tutto personale e convincente.

Una vita irrequieta e avventurosa, non c’è che dire. Di questa sua vita, così speciale, Greta Panettieri fornirà un vero e proprio affresco musicale nel concerto del 14 agosto presso il nostro albergo: chi avrà la fortuna di ascoltarla si imbarcherà in un travolgente viaggio da fermo, quel tipo di viaggio che porta sempre straordinariamente lontano.

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Alfio Pannega, quintessenza di Viterbo

06/08/2015

Alfio Pannega era nato a Viterbo nel 1925. Sua madre si chiamava Caterina, detta la Caterinaccia, donna dal linguaggio ispido come la groppa di un istrice. Senza mai una casa in senso proprio, senza mai un lavoro in senso proprio, senza mai una chiesa in senso proprio, senza mai un senso proprio, cioè irregolare fin nel midollo, la Caterinaccia non poté crescerlo che in senso molto ampio e lato, libero e lirico. Escluso da ogni agio borghese, con innato gusto per il paradosso Alfio seppe ribaltare il proprio esser povero in un essere ricco di strade da percorrere e di tempo per leggere e mandare Dante a memoria, in un fare volentieri a meno di padroni, mogli, battesimi, testamenti, ricorrenze, convenzioni e cappi. Se non aveva un tetto sulla testa, era per averci solo il cielo sopra.

Alfio tirava un carretto per le vie di Viterbo, dove Millecento nuove fiammanti gli sfrecciavano accanto, emblemi semoventi di un benessere che prometteva estati al mare e case di proprietà ma che intanto, segretamente, preparava anche un altro tipo di futuro, appestando l’aria con una miscela insalubre di anidride carbonica, monossido di carbonio, piombo e benzene. Dal canto proprio, non promettendo né appestando alcunché, Alfio tirava come un asino il suo carretto, seguito dai cani o da qualche bambino. Ci caricava sopra montagne di cartone, quel che restava degli imballaggi in cui il benessere era confezionato prima d’essere venduto al dettaglio dai commercianti del centro. Alfio riciclava, preparava pure lui un altro tipo di futuro.

Lavorando con i butteri della Tolfa, aveva imparato l’arte dell’ottava rima e della poesia a braccio, che coltivò mettendoci l’arguzia agra e pungente ereditata da madonna Caterinaccia e poi affinata tra le bestemmie e le maledizioni dei braccianti incarogniti dalla fatica dei campi, dalla sferza del sole e dagli schiaffi della tramontana. La sua era la tipica arguzia popolare, d'indole anarchica, che sovverte ciò che appare in ciò che è, sbattendotelo in faccia senza misericordia.

Alfio Pannega morì nel 2010, a 85 anni, nel sonno. Ma prima di spegnersi tanto dolcemente, aveva avuto tempo e modo di perdere tutti i denti e di storcersi come il ramo di un nocciolo. Amato, rispettato, proposto come sindaco (con provocazione, ma senza ironia), memoria incarnata e incallita del tempo in cui anche le strade del centro erano sterrate, Alfio era nato in una grotta a Valle Faul, non come un messia, ma come tanti del popolo nascevano una volta, senza la guida né lo spettacolo di alcuna cometa speciale nei loro cieli stellati, che però, va detto, erano belli lo stesso quando ti mettevi a guardarli sdraiato su un prato, con le mani intrecciate dietro la testa e tutta la vita ancora davanti: equanime profusione di sublimità a forfait.


Il leone e la pulce
di Alfio Pannega

Nella foresta c’era ’na gran confusione
perché s’erano riuniti tutti gli animali.
Il che era, il leone cominciò la sua relazione:
“Ce stanno uccidendo tutti quanti
ma che stiamo ad aspetta’ pe’ ribellàcci?”.
Mentre che stavano a fa’ questo discorso
una pulce s’accostò al leone e disse così:
“Io sola son piccolina e fastidio posso dare”.
Disse il leone:
“Mi sta bene, vedremo cosa tu sai fare”.
La pulce entrò dento il padiglione
e cominciò a da’ fastidio a tutti quanti.
La mattina dopo, stanchi per non aver dormito, dissero:
“La caccia verrà rimandata”.
Corse la pulce dal leone e disse:
“Io son piccolina ma per virtù mia
la caccia è stata rimandata”.
Il leone disse queste parole:
“Gli animali più astuti e sopraffini
sono sempre gli animali piccolini”.

Da Alfio Pannega, Allora ero giovane pure io, Davide Ghaleb Editore, Vetralla 2010, p. 43.

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Le feste del vino della Tuscia

31/07/2015

Che i sobri lascino ogni speranza di restar tali, se per caso, venuti nella Tuscia, saranno risucchiati in una delle sue tante feste del vino. Qualcuno ora forse ci bacchetterà: non è che a una festa del vino ci si debba per forza ubriacare. Anzi, non ci si deve ubriacare. E noi siamo perfettamente d’accordo, soprattutto se poi bisogna mettersi al volante: su questo punto non scherziamo (tanto meno ci scherzano gli agenti della Stradale, che sono estremamente attenti e presenti in simili occasioni).

È solo che a volte in un blog bisogna parlare in modo un po’ iperbolico per farsi seguire. Inoltre, ci dovrà almeno essere concesso che, in circostanze come queste, le probabilità di alzare il gomito sono ragionevolmente più alte che se andassimo alla prima di un’opera lirica. E comunque, non stiamo parlando di ubriachezza (che non ci piace proprio), piuttosto stiamo parlando di allegria e vitalità, stiamo parlando di Grechetto, di Aleatico, di Cannaiola e di tutti gli altri ottimi vini della nostra terra che, come tali, si degustano (non si tracannano), stiamo parlando della tanta gente che riempie i vicoli dei deliziosi centri storici in festa e che, tra un calice e l’altro, ride e parla e si conosce e tira tardi e si sente parte di una comunità o di un carnevale o del sogno d'una notte di mezza estate.

Comunque, non avete che l’imbarazzo della scelta: in cartellone sono previsti ben 150 appuntamenti! Tralasciando quelle di Lubriano e di Civitella d’Agliano (ma per il solo motivo che si sono già concluse), le feste del vino che ancora vi aspettano da qui fino a oltre la metà d’agosto sono:

Tarquinia, dal 31 luglio al 2 agosto;
Gradoli, dal 31 luglio al 9 agosto;
Montefiascone, dall’1 al 16 agosto;
Castiglione in Teverina, dal 5 al 9 agosto;
Marta, dall’8 al 9 agosto;
Vignanello, dal 10 al 15 agosto;
Acquapendente, dal 15 al 17 agosto.

Ma perché le feste del vino sono un ottimo modo per visitare la Tuscia, come una sorta di sua mappa ideale? Perché non visitiamo mai solo pietre (le pietre in sé non sono che corpi inorganici, inanimati), bensì la vita che quelle stesse pietre adombrano, racchiudono e promuovono. Le feste del vino sono appunto questo: vita che trasuda da ognuna delle vetuste e venerabili pietre di cui son fatti gli antichi e fascinosi paesi della Tuscia. Dunque, non vi resta che abbandonarvi al vortice di questo esuberante tour enogastronomico fino a toccare e abbracciare l'essenza più gioiosa e vitale del nostro territorio.


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“Fermo o si muore!”: i briganti della Tuscia

24/07/2015

Chiappa, Nocchia, Veleno, Saltamacchione, Moretto, Paro Paro: ecco alcuni dei nomi di battaglia dei briganti che infestarono la maremma laziale almeno fino agli ultimi decenni dell'Ottocento. E poi ancora, Fioravanti, Ranucci, Biagini, Ansuini, Menichetti, nomi ormai dimenticati, ma che ai loro tempi andavano pronunciati a bassa voce e con estrema cautela, perché usarli nella frase sbagliata poteva significare la morte.

Intabarrati, ispidi, sporchi, intrisi del fumo dei bivacchi, cappellacci flosci, cartucciera alla vita, doppiette, fucili a canne mozze, pistole, coltelli a serramanico, i briganti erano dei reietti, banditi dal consorzio civile per gravi crimini, anime perse da peccati immondi, pendagli da forca, latitanti dei boschi che conoscevano come e meglio dei cinghiali, cui del resto somigliavano per via del grugno incallito e dei lunghi cosciali di pelle lanosa (di capra, di pecora o di cane). Metà uomini e metà bestie, i briganti erano creature di confine, abitanti di dove la città, il paese e il borgo cedevano il passo all’incolto, all’impraticabile, alla macchia, alla sassaia, ai ruderi, ai boschi, al dirupo, alla forra, al torrente, al fiume, alla palude.

Di là dal confine tra umano e ferino, i briganti vedevano tutti senza essere visti da nessuno. Erano criminali violenti e spietati, ma per la gente erano anche un simbolo di ribellione e riscossa contro l’ingiustizia di una società oscenamente sperequata, in cui pochi proprietari terrieri controllavano tutta la ricchezza, mentre il resto del popolo viveva di stenti, persone trattate come bestie, non diversamente dai briganti, tranne che quest’ultimi avevano scelto d’essere non bestie da macello, bensì lupi in agguato ai bordi della strada.

Nessuno, perfino il più grande e influente tra i latifondisti, poteva permettersi di scherzare con tipi simili. Se non voleva trovarsi con fattori sparati o granai bruciati, doveva pagare la “tassa sul brigantaggio”, sostanzialmente un pizzo in cambio di protezione. Al tempo stesso, però, alcuni dei briganti più illuminati, qual era su tutti Domenico Tiburzi (il Giustiziere di Cellere, il Livellatore della Maremma, il Deputato alla macchia, il Robin Hood della Maremma ecc.), ridistribuivano parte del gettito della loro “tassa” tra quanti del popolo si trovassero in braghe di tela. Tiburzi e altri come lui sapevano che la legge non coincide necessariamente con la giustizia e che, anzi, non di rado ne è l’opposto. Ne concludevano, con logica ferrea, che per essere giusti bisognava essere fuorilegge.

Di loro, come detto, non resta più niente: uno dopo l'altro furono spazzati via alla fine dell’Ottocento; la maggior parte morì negli scontri a fuoco con le forze dell’ordine, lo stesso Tiburzi fece questa fine. Quando il prete si rifiutò di seppellirlo in terra consacrata, gli abitanti di Capalbio insorsero e pretesero che gli fosse data sepoltura nel cimitero, come in effetti avvenne e dove ancora si trova. Ma non resta proprio niente di loro? In fondo, qualcosa resta, resta sempre. Restano anzitutto i luoghi in cui hanno trascorso le loro esistenze irregolari: i laghi di Bolsena e di Mezzano, le riserve naturali di Monte Rufeno e della Selva del Lamone, le necropoli etrusche di Grotte di Castro e di Vulci. Luoghi incantevoli, come spesso si legge nelle guide turistiche, ma anche misteriosi, labirintici e conturbanti, aggettivi, questi, decisamente più intensi, bottino da briganti.

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I lombrichi: filosofia di una pasta viterbese

17/07/2015

I lombrichi sono un formato di pasta fresca tipico del Viterbese. A pensarci bene, è davvero incredibile quante cose deliziose possano farsi combinando ingredienti tanto semplici: dagli strozzapreti agli scialatielli, dagli strangozzi alle trofie, dai cavatelli alle orecchiette. Comunque, nel Viterbese la pasta acqua e farina per eccellenza sono i lombrichi.

Per farli occorrono: farina 00, farina di semola rimacinata, acqua tiepida e un pizzico di sale. L’impasto alla fine dovrà risultare piuttosto morbido, in modo da potervi ricavare degli spaghettoni spessi e mediamente lunghi. Poi, basterà cuocerli in acqua salata bollente finché non saranno venuti a galla. Il condimento tradizionale è il sugo con il ragù di carne o, soprattutto d’estate, un semplice sugo finto insaporito dai prodotti dell’orto. In ogni caso, si tratta di una pasta estremamente versatile che si presta ai più svariati condimenti: tutto è rimesso alla fantasia del cuoco.

Dovete considerare che per le persone di queste parti, specialmente per quelle un po’ più avanti negli anni, i lombrichi sono un inestimabile patrimonio di ricordi e nostalgia. In considerazione della loro relativa semplicità, per molte donne viterbesi i lombrichi sono stati l’iniziazione all’arte della pasta fatta in casa. Quando si fossero impratichite con i lombrichi, sarebbero potute passare al livello superiore costituito anzitutto dalle fettuccine. I lombrichi, insomma, erano un rito di passaggio, il segnale che si stava diventando donne, là dove diventare donne significava in primo luogo essere capaci di sfamare gli uomini.

D’accordo, direte voi, ma non potevate trovare un nome migliore di “lombrichi”? Già, lo ammettiamo, non è proprio appetitoso, non è come dire “agnolotti”, piuttosto è come dire: “Ce l’abbiamo le esche per andare a pesca?”. Eppure, è il caso di riflettere sul fatto che un nome così truculento è la migliore attestazione dell’origine povera di questa tipica pasta viterbese.

È il nome scherzoso che i contadini del posto diedero a questi grossi spaghetti di consistenza morbida e flessuosa, simili alle bestioline in cui era per loro normale imbattersi dando di vanga e zappa. Nel chiamarli lombrichi c’era una sorta di agra ironia, di beffarda ricognizione della propria esistenza faticosa, di protesta amaramente sorridente per quel piatto di pasta fatta solo d’acqua e farina, che doveva ripagarli del quotidiano lavoro nei campi. Da questo punto di vista, non vi sfuggirà una certa nascosta dose di poesia in questo nome certamente eccentrico per una cosa tanto buona da mangiare.

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La leggenda della bella Galliana

10/07/2015

A Viterbo c’è stato un tempo in cui se eri una donna giovane, bella e virtuosa, almeno una volta all’anno avresti desiderato essere un uomo e, per maggior sicurezza, pure vecchio, brutto e depravato. Il motivo è presto detto: potevi rischiare di essere data in pasto a una scrofa bianca.

Già, non era un bel modo di morire; anzi, diciamo apertamente che era un modo davvero assurdo di morire, però gli dei avevano stabilito così e c’era poco da fare. Il fatto è che i Troiani, dopo la distruzione della loro città, erano giunti nel Lazio e la famelica scrofa bianca aveva mostrato loro il punto esatto in cui stabilirsi, il punto cioè in cui sarebbe sorta Viterbo. In cambio di questa utile indicazione, i viterbesi avrebbero dovuto scarificare alla scrofa stessa ogni anno una fanciulla estratta a sorte tra le più belle e virtuose della città. Insomma, si trattava di un atto di riconoscenza e un debito come quello contratto con la scrofa bianca si pretende sia pagato con beni non meno preziosi della gioventù, della bellezza e della virtù.

Quando a essere sorteggiata fu Galliana, orgoglio dell’intera città per via della bellezza e della dolcezza che la giovane possedeva in sommo grado, i viterbesi ne furono molto scossi e addolorati, soprattutto perché sapevano di non potersi sottrarre in alcun caso a quell'onere ripugnante: le regole del gioco erano chiare, violarle comportava la rovina di tutti. Così, a malincuore Galliana fu condotta nel posto deputato fuori dalle mura cittadine, vicino al torrente Paradosso, e incatenata al masso su cui si compiva ogni anno l’immolazione. La scrofa bianca non si fece attendere a lungo ed emerse dal vicino bosco straordinariamente affamata, come del resto era nella sua stessa natura di scrofa esserlo.

Quando però stava sul punto di affondare le zanne nelle tenere carni della fanciulla, di colpo dal bosco balzò fuori un leone che con quattro possenti colpi dilaniò l’orrida bestia. Certo, anche i leoni non disdegnano la carne umana e sul momento Galliana dovette senz’altro pensare che non c’era poi molta differenza tra l’essere sbranata da un suino e l’esserlo da un felino. Per sua fortuna, però, questo era un leone speciale (come minimo, un messo divino) e, tolta di mezzo la scrofa, si ritirò di buon grado nel bosco, dove scomparve nel nulla. Infine, il provvidenziale leone aveva salvato la bella Galliana e sollevato una volta per tutte Viterbo dall’incombenza di quel rito atroce e crudele.

Che fine fece poi Galliana? Per via del prodigio di cui era stata protagonista, la fama della sua bellezza e della sua virtù si diffuse ben oltre le mura cittadine, attirando corteggiatori da ogni luogo. La splendida fanciulla però respingeva tutti: pare si fosse innamorata di un contadino, un certo Marco, cui aveva donato il proprio cuore. Alla fine, fu uccisa a tradimento da uno dei suoi tanti spasimanti respinti: una freccia le trapassò il collo e dalla squarcio si dice che sgorgarono sangue e vino.

Sebbene quella della bella Galliana non sia propriamente una favola, forse da tutto ciò una morale possiamo comunque trarla e cioè che gli dei possono pure liberarci dai mostri partoriti dalla mente e dalla fantasia, ma non da quelli reali, che poi sono sempre umani, i soli davvero letali.

Nella foto: Palazzo Poscia, a Viterbo in via Saffi, anche noto come Casa della bella Galliana.

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JazzUp 2015: il ritmo della cultura

03/07/2015

Descrivere in modo esaustivo Caffeina Festival 2015 nell’arco di un solo articolo è cosa pressoché impossibile; se vi capiterà tra le mani il programma cartaceo, noterete anzitutto la sua mole: è grande come un numero dell’"Espresso". Ci limitiamo, dunque, a raccomandare ai nostri ospiti di visitare la manifestazione che si concluderà domenica prossima, di godersi l’atmosfera intensa, allegra e stimolante che si respira per le vie del centro storico di Viterbo in questo torrido scorcio d’estate, e di lasciarsi infine trasportare dal flusso degli eventi (ce ne sono in media quaranta al giorno!), assecondando i propri interessi o semplicemente l’ispirazione del momento.

Ma se Caffeina è in sé un oggetto fin troppo vasto per il poco spazio che abbiamo qui a disposizione, magari, circoscrivendo l’argomento, qualche spunto in più potremo anche offrirvelo. E non abbiamo dubbi circa il fatto che questo argomento debba essere la decima edizione di JazzUp Festival, che da venerdì 26 giugno a domenica 5 luglio si svolge proprio all’interno di Caffeina: un felice connubio iniziato ormai tre anni fa.

Intanto, ci piace parlarvene perché la collaborazione tra il Salus e gli amici di JazzUp è ormai lunga e ha dato vita nel nostro albergo a concerti di grande valore artistico e di straordinario impatto emotivo. Vi segnaliamo fin d’ora che il 14 agosto proprio al Salus si terrà il concerto di Greta Panettieri, la giovane, trascendentale, cantante jazz formatasi nei circuiti newyorkesi, che appunto rientra nel programma di questa ricca edizione di JazzUp.

Ma in corrispondenza di Caffeina la serie di eventi si fa particolarmente fitta: ogni giorno, dal tramonto fino a notte fonda, nella suggestiva e centralissima Piazza del Gesù, JazzUp intreccia musica, attualità, letteratura, danza, economia, moda e cinema, in una prospettiva di feconda contaminazione che si distingue per la forza innovativa delle idee e delle proposte presentate, nonché per la coerenza e l’efficacia della linea adottata nel pensare ciascuna serata: ritmo serrato e un opportuno alternarsi di momenti diversi, per scongiurare ogni rischio di noia o di stanchezza. In breve, se desiderate trovare all’interno di un festival così vasto e diffuso qual è Caffeina un altro festival ancora, più raccolto, compatto e serrato, allora JazzUp fa decisamente al caso vostro.

Per consultare il programma completo di JazzUp Festival X Edizione cliccate qui.

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Il mare a Viterbo

26/06/2015

Una cosa è certa: il nostro albergo è intrinsecamente legato all’acqua. Anzitutto, a quella termale che è, per certi versi, l’essenza mitologica del nostro territorio, una radice simbolica profonda e complessa, che oscuramente collega Viterbo ai riti etruschi che avevano per oggetto le fonti, al piacere sensuale che gli antichi romani traevano dalle terme, nonché alle vertiginose e inquietanti accensioni poetiche del Medioevo.

Ma non è solo questa preziosa acqua salutifera a scorrere al Salus; da oggi, infatti, potrete immergervi anche nelle acque saline delle nostre nuove piscine estive, piccoli mari cristallini deliziosamente temperati, circondati dalla pace verdeggiante del Parco San Valentino. Mari interni, i nostri, mari interiori con la vocazione al sogno, al miraggio, alla visione.

Non è nuovo, infatti, il mare a Viterbo, come Orson Welles e Federico Fellini ci hanno magistralmente mostrato o, per meglio dire, svelato. Fellini girò I vitelloni proprio nella nostra città che, nel film, è rappresentata come un paese della costiera romagnola: le magie del montaggio ci fanno sembrare del tutto naturale uscire da Porta Fiorentina per andarci a fare una passeggiata lungo una spiaggia solitaria, spazzata dal vento, con le mani infilate nelle tasche del cappotto. Come se lo facessimo da sempre.

Ma è Orson Welles nel suo Othello ad aver fornito la versione marinara di Viterbo forse visivamente più vertiginosa. Nella finzione del film ancora una volta Viterbo non è se stessa, bensì Cipro, e celebre è la sequenza in cui si vede il mare attraverso le esili colonne della loggia del Palazzo dei Papi, i cui archi, delicati come merletti, costituiscono anche il logo del nostro albergo.

L’effetto speciale, per l’epoca (siamo nel 1949), è davvero sorprendente e tuttora di grandissimo fascino. Sarà per la maestria tecnica di uno dei maggiori registi d’ogni tempo, eppure il mare a Viterbo torna ad apparirci come una presenza inspiegabilmente ovvia, il completamento necessario di un paesaggio, la palpabile incombenza di uno stato d’animo salino.

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La mozzarella di Cioffi

19/06/2015

“Bona la mozzarella de Cioffi!”. Non c’è viterbese che, almeno una volta nella vita, non abbia formulato questa esclamazione. Ergo, non c’è viterbese che non abbia mai mangiato la mozzarella di Cioffi. Ciò significa che la mozzarella di Cioffi sta a Viterbo come il gorgonzola a Novara, vale a dire che è parte della sua identità, della sua ritualità, delle cose per cui vivere qui è anche un piacere. Se, dunque, vi interessa davvero conoscere Viterbo, non potrete non assaggiare questa sorta di piccolo universo latteo di sapore, morbidezza, succosità, pastosità: il migliore dei mondi possibili, un piccolo pianeta candido e immacolato, la cui unica funzione è renderci felici.

E allora recatevi a Pianoscarano (quartiere, peraltro, delizioso) in via San Carlo. Il caseificio Cioffi occupa i civici 14, 16 e 18. Ma dove di preciso entrare per accaparrarvi l’agognata mozzarella lo capirete subito dalla fila di persone che arriva fino in strada. L’ora di punta è intorno alle 11 di mattina, quando le mozzarelle sono appena fatte: è il momento migliore, anche perché la fila scorre rapida e non c’è da attendere molto, nonostante la folla. E in ogni caso, ne vale la pena.

Quando infatti sarete vicini al banco, già ubriachi dei soavi sentori di latte e formaggio che aleggiano nel negozio, gli occhi si spalancheranno su un assortimento vertiginoso di prodotti freschi: oltre le mozzarelle, vorrete tuffarvi nel lirico stagno delle sfiziose ciliegine, accarezzare la superficie morbida e lucida del primo sale, avvolgervi nelle spire nutrienti dello stracchino, spalmare di burro tutto ciò che nella vita non funziona e, se ci andrete di venerdì pomeriggio, vi inchinerete in lacrime davanti alla regale provola affumicata (affumicata con paglia e ricci di legno).

Fu nel 1958 che Gregorio Cioffi, classe 1914, nato e cresciuto in una famiglia di caseari di Vico Equense, aprì a Viterbo questo nobile tempio del formaggio in seguito trasmesso ai figli. Da allora, la nostra città è un posto un po’ migliore, tanto che “Cioffi” è ciò che propriamente intendiamo quando diciamo “mozzarella”, o, per usare uno stile heideggeriano, Cioffi è il “ciò” della mozzarella, la sua essenza, ciò per cui la mozzarella è in effetti quel che è.

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Ercole, il leone e le terme

12/06/2015

"Non metuens verbum, Leo sum qui signo Viterbium", vale a dire: “Io che non temo offesa sono il Leone che rappresenta Viterbo”. Questo il motto che compare nello stemma della nostra città, il cui elemento araldico più caratterizzante è appunto il leone. Un leone impavido e fiero e, soprattutto, indifferente alle malelingue. Sembra, infatti, che gli prema sottolineare specialmente questo: “Potete dirmi quello che volete, potete coprirmi d’insulti e infamie, a me non interessa, non vi temo”.

È contro il “verbum” che il leone ci difende, perché sa che le parole sono le più temibili delle armi. Questa diffidenza verso le parole potrete in effetti ampiamente riscontrarla nella gente di Viterbo e, più in generale, della Tuscia, gente decisamente poco incline alle chiacchiere. Vi preghiamo, tuttavia, di non confondere la loro indole taciturna con ostilità o chiusura, piuttosto consideratela una forma di ruvida saggezza, una sorta di corazza per difendersi dalle ferite che troppe parole mal dette potrebbero infliggere.

Il leone di Viterbo è esattamente questo: una corazza. Il grande felino che rappresenta la nostra città è infatti quello ucciso da Ercole, che a lungo pare soggiornò nella nostra terra. La bestia, figlia di divinità, era un mostro famelico e invincibile la cui pelle non poteva essere in alcun modo scalfita da frecce e spade. Quando Ercole uccise il leone strangolandolo, allora ne indossò la pelle a mo’ di corazza, un formidabile guscio protettivo che nessuna lama avrebbe mai potuto trapassare.

All’epoca in cui Ercole girava dalle nostre parti elegantemente vestito della pelle di un leone dal prestigioso pedigree divino, Viterbo non esisteva ancora. Al suo posto sorgeva Surina, una città etrusca così chiamata per via delle sorgenti termali in cui la gente d’allora credeva si manifestasse il dio degli inferi Suri. Ma poiché anche il culto di Ercole era legato alle acque salutifere di cui risulta spesso essere scopritore e protettore, il grande eroe mise fuori combattimento perfino il dio Suri, soppiantandolo e divenendo così l’incontrastato punto di riferimento cultuale del territorio su cui sarebbe nata in futuro Viterbo.

Normale, dunque, che lo stemma della città si richiami alla vicenda eroica di Ercole, il quale a sua volta rimanda, come si è visto, anche all’impronta termale della città in cui risuonano così profondamente i suoi più antichi prodromi pagani. Non c’è che dire: corazzati con impenetrabili pelli di leone, usciti da ribollenti specchi d’acqua solfurea, noi viterbesi siamo un popolo singolarmente affascinante.

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I profferli di Viterbo

05/06/2015

Passeggiando per il centro medievale di Viterbo (e sarebbe davvero un grosso peccato se non lo faceste), vi imbatterete di continuo in antiche abitazioni civili caratterizzate da una scala esterna che sale ripidamente, addossata alla facciata degli edifici. La scala, a una sola rampa, conduce dalla strada all’ingresso della casa al primo piano e finisce in una loggia, sotto la quale si apre un mezzo arco che fa da cornice alla porta d’ingresso del locale al pian terreno, locale che generalmente veniva adibito a bottega, deposito o, talvolta, perfino a stalla. Ebbene, questo tipo di scala d’origine medievale, che è caratteristica del Lazio e specialmente di Viterbo, si chiama profferlo, dal tardo latino proferulum, che a sua volta viene dal greco proferés, cioè letteralmente “posto davanti”.

Ce ne sono di tanti tipi: la maggior parte è piuttosto semplice e lineare, ma alcuni sono più complessi e decorati, veri capolavori, come quello di Casa Poscia in via Saffi o come tanti a San Pellegrino, altri si possono intravedere nel cortile di nobili case del Quattrocento. I profferli, tuttavia, sono importanti non solo per il loro intrinseco valore artistico e architettonico, ma anche perché, guardandoli attentamente, potrete capire molte cose delle nostra città e della gente che ci ha vissuto e che tuttora ci vive.

Vi basti pensare che probabilmente queste scale sono di derivazione rurale, riadattate a un ambito cittadino, il che significa che noi viterbesi veniamo dalle campagne, dal suburbio agricolo. Partiti molti secoli fa dall’aperta lucentezza dei campi, ci siamo quindi rintanati in vicoli stretti e contorti dominati dal grigio solenne del peperino. Abbiamo interpretato la vita come un continuo salire e scendere, dal momento che anche al suo interno l’abitazione era in genere distribuita su due piani collegati da un’ulteriore scala. Abbiamo aperto bottega e smerciato i nostri prodotti al pian terreno di casa nostra, come fossimo tartarughe che si portano appresso tutto ciò che hanno. E quante volte abbiamo aspettato che spiovesse al riparo dell’ombrello di pietra di un profferlo! E quante volte ci siamo baciati là sotto con qualcuno!

Già, provate anche voi a baciarvi sotto un profferlo: è una bella sensazione, è come qualcosa di rubato. Viterbo ha sempre un angolo in cui amarsi segretamente.

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L'acquacotta

29/05/2015

Vi piacciono i cibi poveri? Allora, sentite questo: “acquacotta”. Sapete immaginare qualcosa di più povero? Gente talmente povera che, per pranzo, cuoce l’acqua. Qui siamo oltre la povertà, qui siamo al punto in cui il pasto è semplicemente un placebo. In realtà, le cose stanno un po’ diversamente da come il nome lascia intendere. È perfino noioso ripeterlo, ma l’espressione “cibi poveri” è paradossale. Il fatto che fossero ricette ad uso e consumo della parte meno ricca della popolazione non significa che fossero in sé povere, scialbe o prive di gusto. L’acquacotta è un tipico esempio di questo paradosso, tanto che se c’è un piatto che identifica la Tuscia quello è proprio l’acquacotta.

Intanto, si chiama “acquacotta” perché gli ingredienti (verdure, pesce, uova) sono cotti a fuoco lento direttamente nell’acqua: niente soffritto, dunque (quello lo fanno i toscani). Affinché l’acquacotta abbia un senso, è poi indispensabile usare gli odori giusti: la cipolla, l’aglio, ma in particolare non può mancare la mentuccia.

Va detto che ciò da cui essenzialmente dipende la sontuosità del piatto sono le verdure. Magari al ristorante lo chef ve ne servirà una porzione più elegante e minuta. Ma se per caso vi capitasse di mangiarla a casa di qualcuno, allora preparatevi letteralmente a una montagna di patate, broccoli, cicoria, spinaci (a seconda della stagione), seduta in modo visibilmente precario su strati di pane raffermo e abbrustolito, intriso dell’acqua di cottura.

Ma oltre le verdure, c’è l’ingrediente “ricco”, quello che nutre davvero, quello che sazia: può essere un uovo in camicia, può essere il baccalà, può essere, nei posti di lago, pesce di piccola taglia. Infine, il tocco che completa la ricetta: olio extravergine d’oliva locale messo a crudo quando l’acquacotta è stata già impiattata. Badate, è questo particolare che mirabilmente completa il tutto. Senza olio d’oliva a crudo l’acquacotta resta semplicemente acqua cotta, appunto.

E ora un consiglio di carattere più intimo: se volete far commuovere un abitante della Tuscia, se volete sedurlo ed entrare davvero nel suo mondo, allora chiedetegli cos’era per lui l’acquacotta da bambino, provate a fargli ricordare il sentore allegro di mentuccia che aleggiava nei campi d’estate o che pervadeva i cassetti in cucina dove si conservava essiccata. Provate a lasciarlo a bocca spalancata come quando si vedeva portare quella massa fumante di verdure con l’uovo che spiccava in cima come la stella cometa sopra il presepio. Provate a fargli volgere lo sguardo di nuovo sui volti delle nonne e delle bisnonne che in cucina preparavano questo piatto così riccamente povero, donne che sembravano venute dalla notte dei tempi in cui poi, un giorno, sarebbero tornate misteriosamente a inabissarsi. Provate a fargli ammettere che tra le rughe dei loro volti benevoli e le crepe nella terra dei campi esposti alla canicola c’era una perfetta, assoluta, sconvolgente continuità.

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Dante e la musica nel 750° della nascita

22/05/2015

Poiché Dante è un gigante, allora a noi converrà iniziare con una “nocciolina”, cioè con qualcosa di più piccolino e amichevole, così, tanto per rompere il ghiaccio e sentirci meno in soggezione. E a proposito di noccioline, c’è una bella vignetta dei "Peanuts" in cui Linus sta ballando freneticamente con Snoopy, mentre Lucy, il prototipo della donna cinica, li guarda con aria decisamente perplessa. “Patetico”, “Vergognoso”, “Ridicolo”, “Perché non cresci?”. Questi sono i commenti di Lucy. Al che Linus, senza smettere per un momento di ballare, si avvicina alla sorella e le dice: “Fra 3000 anni chi vuoi che se ne accorga?”. Dopodiché torna a dimenarsi con Snoopy, lasciando Lucy in evidente difficoltà.

Ora, sono passati 750 anni dalla nascita di Dante e noi non possiamo ancora prescinderne. Chissà, magari fra 3000 anni le cose staranno diversamente, come sostiene Linus, ma intanto, dopo 750 (che non saranno 3000, ma sono comunque un bel po’), Dante è ancora qui e ci parla e ci convince a organizzare iniziative ed eventi sul suo conto, come quello che domani (sabato) si terrà qui nel nostro hotel, nella Sala Vulci, alle 19.00: “Dante e la musica nel 750° della nascita”.

A cura di Piero G. Arcangeli e di Pippo Rescifina, l’incontro si pone un obiettivo a nostro avviso estremamente interessante: descrivere, fra l’altro, il rapporto di Dante con la musica, non solo parlandone ma anche ascoltando con le nostre orecchie la musica che lui stesso ha probabilmente ascoltato. Liuti, arpe, percussioni, fluati a becco intrecceranno il tappeto sonoro in cui Alighieri era immerso e che, per certi versi, promana dal musica della sua stessa poesia. 

Crediamo che sia interessante non solo per l’oggettiva importanza della questione in sé, ma anche da un punto di vista, per così dire, più squisitamente materiale. 750 anni sono tanti, dicevamo all’inizio, sono un abisso: per quanto ci sforziamo, evocare e intendere chi è vissuto tanto prima di noi, in condizioni sotto ogni profilo diversissime dalle nostre, resta impresa estremamente ardua. Ecco, dunque, il contributo prezioso che può venirci dalla musica, il cui ascolto saprà restituirci con reale immediatezza un po’ di quel mondo, una porzione della materia di cui era fatto, dell’atmosfera in cui era immerso, come succede quando, ad un tratto, sentiamo un profumo della nostra infanzia e allora un intero universo di cose ci viene istantaneamente ristabilito davanti agli occhi della mente.

Pippo Rescifina, sicuro conoscitore di Dante e specialmente del rapporto del poeta con la Tuscia, saprà introdurvi all’argomento con la sua competenza e la sua abilità comunicativa, mentre il Maestro Arcangeli vi guiderà all’ascolto di musica del XIII-XIV sec. Per una sera, se non altro, avremo orecchie simili a quelle di Dante: non ci sembra poco.

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14 maggio: la Festa della Madonna del Monte

13/05/2015

Lavorare stanca, un libro di Cesare Pavese: mai opera poetica ha avuto titolo più ironico, umano e dolente di questo. Ma che lavorare stanchi lo sanno bene anche a Marta, delizioso paese a 24 chilometri da Viterbo, affacciato sul sontuoso Lago di Bolsena.

A Marta lo sanno bene che per portare il pane a casa bisogna consumarsi le mani e spezzarsi la schiena. E sanno anche che a volte nemmeno questo basta, che puoi faticare e dannarti quanto ti pare ma può essere inutile: il grano si rovina, le bestie si ammalano, il lago non dà pesce. Siamo granelli di sabbia spersi in un mondo immenso, mutevole e indifferente, che alterna stagioni buone ad altre meno buone o decisamente pessime. Che possiamo fare, se in fondo l’essere umano non ha forze sufficienti per contrastare il fato? Possiamo raccomandarci alla Madonna del Monte, vi risponderanno i martani.

Ecco, ai nostri ospiti, e non solo a loro, consigliamo domani di andare a Marta e di partecipare alla Festa della Madonna del Monte, anche detta "delle Passate", una delle più belle del nostro territorio, nonché delle più antiche, con le sue remote origini pagane su cui gli antropologi non smettono ancora di interrogarsi. Intendiamoci bene, oggi il paganesimo non c’entra più nulla, è solo un’eco lontana che si avverte anzitutto nell’intento rituale di allontanare le sciagure dal paese, nell’esorcismo collettivo del male e delle paure ad esso legate.

Quanto al resto, quella delle Passate è una festa pienamente devozionale, anzi intensamente devozionale: per i martani la Madonna del Monte è davvero una madre buona e protettiva, è il simbolo che identifica e ispira l’intera comunità. Ecco, la parola chiave forse è proprio questa: intensità. È l’intensità emotiva che tutto e tutti coinvolge e travolge il vero motivo della bellezza di questo evento. Possiamo infatti anche descrivervi in breve la Festa: quattro antiche categorie di lavoratori (Casenghi, Bifolchi, Villani e Pescatori) sfilano verso il Santuario della Madonna del Monte allo scopo di chiedere alla Vergine protezione e prosperità, portandole in omaggio le primizie del loro lavoro su suggestivi carri chiamati "Fontane". Eppure, con ciò sentiamo di non avervi descritto ancora niente.

Perché poi c’è il tripudio dei colori, c’è l’esaltazione degli inni e dei canti, c’è il Tamburino con le sue rullate, ci sono i vortici di petali di ginestra lanciati dalle case, c’è commozione, c’è allegria, c'è partecipazione, c’è un’intera comunità che si stringe intorno ai propri lavoratori e li sostiene e sembra dire che vivere è sì duro e, talvolta, perfino doloroso, ma anche splendido ed esaltante.

Vivere è rinascere di continuo: questo ci insegna la Festa delle Passate, e ce lo insegna mostrandoci direttamente come si fa. Come si fa a rinascere.

[Foto di Alex Pro]

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Concerto del Primo Maggio al Salus

24/04/2015

Anche l’Hotel Salus avrà il suo Concerto del Primo Maggio: nel nostro albergo, infatti, venerdì 1°maggio (appunto), alle 20.00, si terrà il concerto del Quartetto d’Archi di Viterbo che si esibirà in tre tempi durante la cena appositamente pensata per l’occasione dal nostro chef stellato, donde anche il nome dell’evento: “Suoni, sapori e colori della Primavera”.

Se altrove potrete ascoltare rock (spesso nemmeno dei migliori), qui da noi potrete invece godere della perfezione tecnica, della mirabile architettura concettuale e della profondità emotiva della grande musica classica. Ma se pensate che si tratti di una scelta un po’ troppo difficile e raffinata, se, per dirla fuori dai denti, temete di annoiarvi, abbiamo ottimi argomenti per convincervi del contrario.

Intanto, vogliamo farvi notare l’intelligenza che questi musicisti classici dimostrano nel proporre il loro prestigioso repertorio in un contesto insolito come un albergo e come, per di più, una cena in un albergo. Diciamo “insolito” perché non è infrequente che la musica classica viva come appartata in un suo mondo ufficiale, in spazi di fruizione appositamente deputati. Portarla fuori da questi ambiti (certo splendidi, ma anche poco accessibili da parte di un pubblico di non specialisti e di non amatori) significa darle nuove possibilità di vita, scavalcando pregiudizi, resistenze e pigrizie mentali variamente assortite.

Ma poiché il con-testo non può che reagire sul testo e orientarlo, allora opportunamente il Quartetto ha compiuto anche scelte di repertorio e di arrangiamento che intendono facilitare l’ascolto e sollecitare l’attenzione di un pubblico non propriamente, o necessariamente, abituato alla musica classica. Brani universalmente noti, tempi mai troppo “lenti”, versioni originali e inedite di composizioni famose, celebri colonne sonore di film vi permetteranno di godere di splendida musica senza mai avere l’impressione frustrante di non capirla. La musica, prima che capirsi, deve sentirsi, deve semplicemente esser messa nella condizione di raggiungere le parti di noi che possono esserne toccate. Il 1° maggio al Salus accadrà esattamente questo.

E poi, sarà l’occasione per vedere dei veri, eccellenti, musicisti in azione: il M° Paolo Marchi, primo violino, il M° Nicola Narduzzi, secondo violino, il M° Daniele Marcelli, viola, il M° Silvia Panetti, violoncello, tutti attivi in teatri e orchestre sinfoniche, in grado di vantare collaborazioni con alcuni tra i massimi compositori del nostro tempo, come Trovajoli, Bacalov, Donaggio, Morricone e Piovani.

Dal momento che Nietzsche sosteneva che la vita senza la musica sarebbe un errore, allora state pur certi che le vostre saranno irreprensibili se deciderete di passare il 1° maggio all’Hotel Salus con il Quartetto d’Archi di Viterbo.
 
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Bullicame dantesco

16/04/2015

Il nostro albergo si trova al centro dell’area termale di Viterbo, un paesaggio che merita non solo di essere visto ma anche di essere pensato. I luoghi esistono più intensamente se diventano simboli, perché il simbolo a sua volta rimanda a qualcos’altro da sé, dunque indica una strada, suggerisce un tragitto, innesca un viaggio.

Viaggiare, viaggiare davvero, non è altro che questo: il percorso che facciamo per raggiungere una nuova, più ricca, immagine del mondo partendo da un’altra. E noi del Salus vorremmo sempre che i nostri ospiti, nel venirci a trovare, intraprendessero un viaggio nel senso profondo che abbiamo appena detto.

In definitiva, è quel che accadde allo stesso Dante Alighieri, il quale probabilmente passò per Viterbo nell’Anno Santo 1300 percorrendo la Via Francigena che arrivava vicino al Bullicame, il luogo simbolo della Viterbo termale. Il poeta dovette restare molto colpito da quelle acque ribollenti, da quell’odore pungente di zolfo, da quelle macchie violente di colori chimici, da quelle forme surreali composte dai depositi minerali.

Così, quando gli occorse di immaginarsi il suo paesaggio infernale, attinse anche a quel ricordo, a quell'impressione che informa molte pagine della Divina Commedia ma che affiora esplicitamente nel Canto XIV dedicato al II Girone del VII Cerchio, dove sono puniti i violenti contro Dio:

“Quale del Bulicame esce il ruscello
che parton poi tra lor le peccatrici,
tal per la rena giù sen giva quello.
Lo fondo suo ed ambo le pendici
fatte eran pietra, e i margini da lato”.

Ecco un sommo esempio di viaggio che ha generato simboli e poi, da questi stessi simboli, quell'ulteriore infinito viaggio che è la poesia.

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Medioera: futuro della Tuscia

10/04/2015

Il nostro territorio ha una scommessa complicata davanti a sé: aprirsi al mondo senza alterarsi, cioè mantenendo la sua peculiarità che è una sorta di fascinoso connubio tra cultura e natura, dove l’una trapassa di continuo nell’altra, sicché l’architettura sembra un deposito geologico e, viceversa, il paesaggio sembra il palcoscenico di un teatro. Come ognuno vede, si tratta di un equilibrio delicatissimo che può rompersi con nulla.

Come fare per rispettarlo e, al tempo stesso, scuotere la Tuscia dal proprio immobilismo avviandola verso il futuro? Forse il modo migliore è coinvolgere più profondamente il nostro territorio (cioè le sue migliori energie intellettuali, economiche e sociali) nei processi immateriali, eppure potentissimi, della cultura digitale. E con ciò arriviamo a Medioera che è, appunto, un festival di cultura digitale. Iniziato ieri, proseguirà fino al 12 aprile presso l’iCult Viterbo a Valle Faul.

A ben vedere, si tratta di una collocazione coerente con le nostre premesse: sprofondato in quella sorta di enorme cratere che si apre nel ventre stesso di Viterbo, il Festival della cultura digitale si è scelto uno scenario in cui natura e architettura hanno dovuto fare i conti l’una con l’altra ibridandosi e fondendosi in un suggestivo continuo. È proprio attraverso questa singolare fibra ottica a cielo aperto che il messaggio, o i messaggi, di Medioera si propagano, descrivendoci non un mondo diverso, bensì un mondo ulteriore che si aggiunge a questo che già abbiamo, senza scalzarlo ma, semplicemente, aumentandolo.

Ma se si tratta di un mondo ulteriore, allora per prima cosa dobbiamo imparare a muoverci e a vivere in esso, conoscerne i rischi e le opportunità, trovare la maniera di raccontarlo per poterlo usare al meglio, familiarizzare con i processi mentali che innesca dentro di noi. Medioera è un’ottima occasione per introdursi a questi argomenti oggi davvero cruciali e noi del Salus, golosi di futuro come siamo, di certo non mancheremo, come quando si parlerà di "Matera-Basilicata 2019. Lo storytelling di un territorio diventato capitale europea della Cultura" o "La destinazione turistica che diventa medium".

Per consultare il programma di Medioera e ulteriori info.: www.medioera.it 

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Una Pasqua etimologicamente rilassante

03/04/2015

Cosa significa esattamente “Pasqua”? Viene dalla parola ebraica “pesach” che vuol dire “passare oltre”, “tralasciare”. Il riferimento è alla Decima Piaga (la morte dei primogeniti maschi): gli ebrei erano stati avvertiti di segnare con sangue d’agnello le proprie porte. Vedendo questo segno, Dio sarebbe passato oltre e la piaga non si sarebbe abbattuta su quelle case.

Pasqua, dunque, contiene il concetto di un passaggio da qualcosa a qualcos’altro. Quella degli ebrei è una Pasqua di liberazione, è il passaggio dalla schiavitù alla libertà. Quella dei cristiani è una Pasqua di risurrezione, è il passaggio dalla morte alla vita.

Si tratta di concetti molto impegnativi, non c’è che dire, che chiamano in causa la stessa condizione umana e il suo destino. Naturalmente, noi possiamo aiutarvi a realizzare solo il significato letterale di Pasqua, cioè il passar oltre, il tralasciare.

Sì, forse è possibile onorare la festa anche in termini, per così dire, etimologici, invitandovi, almeno in questi giorni, a passar oltre tutto ciò che vi affatica e vi appesantisce, a tralasciare le preoccupazioni, i problemi, le agende, in modo da concedervi un po’ di libertà e, in questa libertà, rigenerarvi. In tal senso, con le sue acque termali, la sua SPA, gli ambienti rilassanti e tranquilli, l’ottima e salutare cucina, la cordialità del personale, il nostro è un hotel intrinsecamente pasquale.

Dunque, auguri a tutti quanti voi!

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C’è un lounge bar al Salus

23/03/2015

C’è un lounge bar al Salus, un posto da età del jazz, in cui è facile immaginarsi al bancone un Fitzgerald chino su un bicchiere di bourbon in attesa che Zelda scenda dalla camera, vestita come una folata di vento caldo. I ruggenti anni Venti tacevano a lungo negli intervalli tra una toeletta e l’altra.

È un angolo del nostro albergo che a noi piace particolarmente. Sarà per il legno del bar che ti fa pensare alle botti in cui gli spiriti invecchiano, e ai salotti in cui gli spiriti ringiovaniscono; sarà per gli specchi in cui ti rifletti e ti vedi e ti piaci e ti dici che, sì, adesso stai bene e non vorresti essere altrove; sarà per la musica che aleggia sul salone e che ritma il tempo e raggruppa gli attimi in spazi caldi e confortevoli; sarà per i tavoli in cui stare vicini significa sempre stare alla giusta distanza; sarà per gli alberi del parco che si vedono dalle vetrate e che là fuori ti sembrano così imponenti e belli, ma anche così sfortunati che non possono entrare e ordinare qualcosa.

C’è un lounge bar al Salus che vi invitiamo a frequentare, un posto perfetto in cui parlare, conoscersi, rilassarsi o anche leggere quello strano racconto dello stesso Fitzgerald che, nel frattempo, è stato raggiunto da Zelda e insieme sono partiti in cerca di pesche mature per colazione. Come si intitolava quel racconto? Già, si intitolava: Il diamante grosso come il Ritz.

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Del concerto di Marc Cary e di altre meraviglie

11/03/2015

Se il 20 marzo non avete impegni e, per questo, la vita dovesse apparirvi vuota e priva di senso, ci permettiamo di farvi notare che vi state sbagliando di grosso, e che probabilmente non avete controllato cosa accadrà quel giorno all’Hotel Salus Terme, dove impegni, pienezza e senso la faranno da padroni. Talmente fantastica sarà la giornata in questione che abbiamo deciso di chiamarla “Tuscia Wonderland”, né ci stupiremmo se l’accesso al nostro albergo fosse, solo per quel giorno, attraverso la tana di un coniglio bianco ossessionato dal tempo.
Ad ogni modo, si comincerà alle 18.00 con la presentazione del libro La lottatrice di Sumo di Giorgio Nisini, edito da Fazi. Nisini è un giovane, ormai affermato, autore viterbese, già finalista al Premio Strega e vincitore del prestigioso “Corrado Alvaro” nel 2008. A presentare il suo ultimo romanzo Claudia Paccosi, curatrice della rubrica letteraria del mensile “Decarta” di Viterbo.
Alla 19.00 si passerà alla presentazione della prima edizione del concorso "Tuscia Wonderland", che dà (in modo del tutto appropriato) il nome all’intera giornata e che è organizzato da Est Film Festival e da JazzUp in collaborazione con Accademia Kronos, “Calcatronica” e “Decarta”. In sostanza, questo concorso propone di aprire gli occhi sulla Tuscia, di aprirli sul serio per girare un video che possa cogliere ed esprimere il meglio di questa nostra terra altrimenti spesso “inosservata”.
Ora sarà bene riprendere un po’ fiato e ristorare corpo e spirito con la possibilità di una cena speciale nel nostro ristorante “Le Colonne” appositamente orchestrata dallo chef stellato Luca Maragliano.
L’espressione “orchestrata” non è qui usata a caso, perché in effetti il piatto forte della serata sarà, alle 21.30, un evento di rilievo addirittura internazionale: il concerto del grande pianista jazz Marc Cary con il suo Focus Trio, durante il quale saranno proposti brani dal suo recente lavoro discografico Rhodes Ahead Vol. 2, accolto con entusiasmo dalla critica di mezzo mondo.
Chi è Marc Cary? Per chi non lo conoscesse, è una delle figure più influenti dell’odierno panorama jazz, con alle spalle una storia personale perfino turbolenta, simbolo della musica come riscatto. Era infatti in un programma di riabilitazione sociale per ragazzi difficili, quando fu preso alla prestigiosa Duke Ellington School of the Arts, dove si sono formati artisti del calibro di Dave Chappelle, Wallace Roney, Denyce Graves, e Meshell Ndegeocello. A 21 anni ebbe così inizio la sua carriera di pianista sulla scena newyorkese al fianco di Betty Carter e Abbey Lincoln, affinando quindi il proprio stile con artisti quali Dizzy Gillespie, Arthur Taylor, Carlos Garnett, Jackie McLean, Wynton Marsalis e Carmen McCrae. La sua musica è un’intersezione di generi rifusi coerentemente in un mix esotico che dà luogo ad un jazz straordinariamente sofisticato e, al tempo stesso, vitale e pulsante.
Dunque, non abbiate esitazioni: il 20 marzo seguite il coniglio bianco e precipitatevi nel nostro albergo delle meraviglie.

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Aspettando l’8 marzo: i blues delle acque

04/03/2015

L’8 marzo è nel novero delle feste controverse: quelle, cioè, esposte a forme di retorica contrapposte, entrambe a loro modo stucchevoli e affettate. Fra le stesse donne, c’è chi la esalta e chi la detesta. Chi la celebra e chi la ignora. Chi si sente lusingata dal ramo di mimosa, chi se ne sente offesa. Non è nemmeno chiaro, di conseguenza, chi ci tenga a ricevere gli auguri e chi invece, se solo provi a farglieli, ti squadra come un maschio retrogrado. In breve, una gran confusione, un forte imbarazzo.

Qui assumeremo una posizione saggiamente intermedia, cioè non disconosceremo il valore simbolico della ricorrenza ma, proprio per questo, cercheremo di rispettarne l’ispirazione originaria. E di certo l’ispirazione originaria non si rinviene intorno a una pizza in compagnia di amiche in vena di chiacchiere alla Sex and the City, né tanto meno tra i muscoli scolpiti e unti di qualche spogliarellista in mutande e mimetica.

L’8 marzo, piuttosto, rimanda al riconoscimento del diritto al pari trattamento e alla dignità delle donne, a cominciare dalla loro condizione di lavoratrici. Fu nel 1921 che la Festa della Donna si celebrò per la prima volta l’8 marzo e, non a caso, allora si chiamava “Giornata internazionale dell'operaia”.

Per questo abbiamo raccolto con entusiasmo la proposta di collaborare con “Le Lavandaie della Tuscia”, una “compagnia instabile”, come si definiscono loro, ideata e fondata da Simonetta Chiaretti. Lo spettacolo si terrà nel nostro hotel il 7 marzo alle ore 19.00, nell’ambito della quinta edizione di “Donna, Arte, Musica, Poesia”, in collaborazione con JazzUp Caffeina Festival.

Ecco uno spettacolo che restituisce realmente la dimensione lavorativa e sociale delle donne. Lavare i panni nelle fontane pubbliche era un’occasione fondamentale di socializzazione e di espressione di sé, che avveniva attraverso la parola, la confidenza, l’arguzia, la chiacchiera, lo scambio di idee ma anche attraverso canti che “Le Lavandaie della Tuscia”, grazie a un paziente lavoro di recupero filologico, ci riproporranno alla vigilia dell'8 marzo.

n canto antico, grezzo, con singolari deviazioni ed eccezioni ritmiche, timbriche e armoniche. Un canto del lavoro, come i blues degli afroamericani nei campi di cotone. Un blues delle acque, il nostro, perfetto per chi, come noi del Salus, ancora oggi lavora con le acque solfuree che scaturiscono dal sottosuolo dantesco della nostra terra.

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Una mostra buona come il pane

24/02/2015

In nome della Repubblica Romana
una e indivisibile

Viterbo, 16 Nevoso, anno 1
dell’Era Repubblicana

La commissione consolare inviata nel dipartimento del Cimino volendo rimediare all’abuso introdotto sulla vendita del pane

DECRETA

che qualunque Fornaro, o Spaccio di Pane venale legittimamente autorizzato dovrà vendere a qualunque cittadino quella quantità di Pane, che sia necessaria al di lui mantenimento, ed a quello della propria famiglia.


Parole sante queste e, come queste, molte altre che potrete leggere nei quaranta manifesti originali relativi a pane, forni, mugnai e mulini viterbesi, esposti nel nostro albergo, nella Sala del pianoforte rosso, fino a domenica 1° marzo.
I manifesti, che vanno dalla fine del 1700 alla metà del 1800, sono fonti preziose di conoscenza storica e aprono uno squarcio d’estremo interesse sulla realtà concreta di quel periodo tanto turbolento e sui suoi valori sociali e politici, come ad esempio fa il brano che abbiamo riportato all’inizio e che ben testimonia l’aspirazione egualitaria che permeò la breve esperienza della Repubblica romana.
Ma perché Mauro Galeotti, giornalista e direttore del quotidiano on line “La città”, ha inteso mettere a nostra disposizione questi suoi preziosi documenti? Vale a dire, perché proprio il pane? È mai possibile che un alimento così semplice possa avere tanto valore storico? Ebbene, sì. Il pane non è soltanto “carboidrati” come spesso noiosamente ripetiamo seduti a tavole ben imbandite. Il pane è stato per secoli la base stessa dell’alimentazione: nel bilancio di diete assai poco varie, stentate e, non di rado, di scadente qualità, il pane era una voce decisiva che per tantissimi poteva fare la differenza tra la vita e la morte. Da qui la delicatezza sociale e politica della materia che, come i manifesti esposti esemplificano bene, era oggetto di dettagliate regolamentazioni e di attento monitoraggio da parte delle autorità.
Tutti ricorderemo perché Jean Valjean, protagonista de I Miserabili di Victor Hugo, viene condannato ai lavori forzati. Perché Jean, senza lavoro, con la sorella e i numerosi figli di lei a carico, durante un inverno particolarmente rigido, rompe la vetrina di un fornaio per rubare del pane e portarlo alla famiglia affamata. Catturato, dovrà prima scontare 19 anni di prigione e, dopo, affrontare l’ostilità e il sospetto della gente, dal momento che, come scrive Hugo, “la liberazione non è la libertà; si esce dal carcere, ma non dalla condanna”. L’orrenda strada che infine conduceva tra i “miserabili”, cioè tra gli ultimi e gli emarginati della società, cominciava proprio dal pane negato, dal pane interdetto. Alla luce di tutto ciò, visitare questa mostra, gratuita e aperta a tutti, è anche un atto di rispetto e di pietà verso queste vaste masse derelitte, nonché un sicuro guadagno personale in termini di consapevolezza e di conoscenza del nostro territorio e della sua storia.

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Tuscia da (ri)pensare

16/02/2015

Martedì 17 febbraio, alle 17.30, presso la sala della hall del nostro albergo, si svolgerà l’assemblea 2015 della SFI, Società Filosofica Italiana, sezione locale di Viterbo. Anche se non siete filosofi, vi consigliamo caldamente d'intervenire all’evento (termine qui usato in senso strettamente heideggeriano). E ciò per diverse, ottime, ragioni.

In primo luogo, la sezione viterbese della SFI proprio martedì compirà 11 anni: è stata infatti fondata il 17 febbraio del 2004. La data ha un preciso valore simbolico: il 17 febbraio del 1600 fu arso vivo in Campo de’ Fiori Giordano Bruno, il più grande esponente della filosofia ermetica rinascimentale ma anche simbolo, soprattutto nel periodo post-unitario, di un’Italia finalmente, e pienamente, laica. Sarà dunque bene ascoltare cosa avrà da dirci su Bruno il prof. Saverio Ricci dell’Università di Viterbo, sicuro conoscitore del filosofo di Nola.

E poi, parliamoci chiaro: non possiamo più permetterci di vivere nella Tuscia in modo così inconsapevole come ci vien fatto oggi di viverci, cioè come sprofondati in un eterno presente privo d’ogni profondità, rimessi al flusso senza fantasia delle abitudini di provincia e dei modi più stanchi e convenzionali di pensare. La Tuscia, invece, ha un’enorme densità storica che, in passato, l’ha collegata a una dimensione europea in modo di gran lunga più stringente di quanto non accada attualmente.

Allora, martedì sarà anche un’occasione per riappropriarci un po’ di questa tradizione e per accrescerne in noi la consapevolezza: si parlerà di Egidio da Viterbo, di Musonio Rufo da Bolsena, il “Socrate etrusco”, di Bonaventura da Bagnoregio, colosso della filosofia medievale. Chissà che, nell'ascoltare il pensiero di tali menti, non vengano anche a noi idee migliori per procurarci un futuro più fecondo di quanto ora non ci appaia.

Infine, venite anche semplicemente perché ci sarà della bellezza di cui godere. È infatti prevista la lettura a cura della prof.ssa Lorena Paris di brani del Fedone di Platone, di liriche risorgimentali di Leopardi e di Foscolo, con interludi al pianoforte del maestro Luigi Pancia, là dove, peraltro, per citare dallo stesso Fedone, la filosofia è la musica più grande.

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Salus amoris: San Valentino all’Hotel Salus Terme

08/02/2015

Si inizia dall'amore, fatalmente. Poderosa forza coesiva che dà forma al mondo di contro all’odio che lo disgrega e disperde, è stato proprio l'amore a riunire e organizzare tutte le parole che ci frullavano per la testa senza meta né costrutto.

San Valentino in persona è il nostro ghost writer e, in separata sede, non mancheremo di corrispondergli i diritti d’autore che gli spettano per legge. Intanto, però, vi invitiamo a entrare in questo nostro primo post, in questa nostra prima camera con vista, vista insolita e confidenziale sul nostro mondo, vale a dire sul nostro albergo che è poi il nostro mondo.

E se confidenziali dobbiamo essere, allora vi confideremo che organizzare un bel giorno di San Valentino è tanto difficile quanto scrivere un endecasillabo a maiore con le parole di un certificato del catasto. Perché sarà pure una forza poderosa che tutto unifica e vivifica ma, proprio nel giorno in cui si celebrano gli innamorati, l’amore è piuttosto, per dirla con Céline, Dio abbassato al livello dello zucchero.

Ci abbiamo pensato a lungo e la conclusione è stata la seguente: la riuscita di una festa dipende anzitutto dalle persone che vi prendono parte. Se le cose stanno così, allora sabato sera al Salus vivrete uno dei migliori San Valentino della vostra vita.

Ecco, infatti, chi abbiamo invitato: Jacques Prévert, per quanti si baciano in piedi contro le porte della notte; Pablo Neruda, che farà con voi ciò che la primavera fa con i ciliegi; Federico García Lorca, tutto sporco di baci e di sabbia; William Shakespeare che vi spiegherà come Montecchi e Capuleti non siano che parole; Dante Alighieri, che verrà con Paolo e Francesca; e infine, Trilussa che invece porterà la su’ nonna ch’era tanto onesta.

Prima e dopo la nostra speciale cena di San Valentino, a leggere e narrare le parole di tali e tanti ospiti sarà Giuseppe Rescifina, giornalista attualmente impegnato nel programma “Dante in Tuscia Tour”, accompagnato al flauto e alle percussioni dall’eccelso Eduardo Francisco Piloto Barreto, membro di una famiglia di musicisti davvero leggendari nella storia della musica cubana.

Perché, come ha detto la pianista e scrittrice Hélène Grimaud, amore e musica sono tutto, ad esclusione di ciò che non è.

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